Viaggio della Legalità e Responsabilità

 

in collaborazione con Libera Terra Mediterraneo

 

(SICILIA OCCIDENTALE)

 

 

7-11 SETTEMBRE 2009

 

 

Diario di bordo

                         

 

 

 

“Viaggiare è camminare verso l’orizzonte, incontrare l’altro, conoscere,

scoprire e  tornare più ricchi di quando si era iniziato”

(L. Sepùlveda)

 

                                            

 

 

 

Insegnanti:

MariaRegina Brun (Istituto Prof. Bonomi-Mazzolari)

Marilena Paolino (Istituto Prof. Bonomi-Mazzolari)

 

Studenti:

Mariateresa De Filippo (Istituto Prof. Bonomi-Mazzolari-Mn)

Giulia Frignani (ITAS- Mantegna-Mn)                                                                

Libera Gatto (Istituto d’arte G.Romano-Mn)

Mariachiara Morandini  (Università degli studi di Pavia, facoltà di Economia Internazionale)

Federica Palella (Istituto Prof. Bonomi-Mazzolari)

Davide Pelizzoni (Istituto Prof. Bonomi-Mazzolari)                

Valentina Versace (Istituto Prof. Bonomi-Mazzolari)

Valentina Zuffi (Istituto Prof. Bonomi-Mazzolari)

 

 

 

 

 

 

 

 

Premessa

 

 

 

Il nostro quaderno didattico di cittadinanza attiva nasce dalla rielaborazione del diario di bordo del  viaggio nella Sicilia Occidentale del 7-11 settembre scorso e dalla sintesi dei contenuti appresi nel corso del progetto legalità, realizzato nell’a.s. 2008/2009, dall’istituto Professionale “Bonomi-Mazzolari” in collaborazione con la Provincia di Mantova.

                                                     

Le emozioni vissute in Sicilia ci hanno fatto riflettere sulla possibilità di condividere con altri la nostra bellissima esperienza. Il testo è rivolto a tutti i soggetti coinvolti nel processo educativo e formativo di uno studente: docenti, alunni, famiglie, istituzioni ed enti esterni.

 

L’obiettivo del lavoro è quello di consolidare nei nostri studenti la consapevolezza dell’importanza di essere cittadini attivi e responsabili e lo spirito di solidarietà nei confronti dei soggetti più deboli, per poi riuscire a  costruire insieme una società migliore: più giusta, solidale  e libera  dalle mafie, dove ogni cittadino possa veder riconosciuti i propri diritti fondamentali.

E realizzare così il sogno della giovane testimone di giustizia Rita Atria, che così scrisse nel suo tema all’esame di maturità nel giugno del 1992: “…al di fuori c'è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle,  di purezza,  un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo.”

 

Ringraziamo di cuore tutte le persone che hanno creduto in questo progetto, in particolare il nostro Dirigente Scolastico  Roberto Scialis, l’Assessore provinciale per le politiche sociali Fausto Banzi, l’Europarlamentare Rita Borsellino e il Sostituto Procuratore di Palermo Vittorio Teresi; essi hanno creduto nelle nostre idee e le hanno fatte camminare sulle gambe dei nostri alunni,  cittadini ai quali spetta ora il compito di continuare nell’impegno per la giustizia e la solidarietà coinvolgendo in questo nuovo cammino i loro vecchi e nuovi compagni di viaggio..

 

Un ringraziamento va anche a tutti gli amici siciliani che ci hanno accompagnati in questo viaggio: Rita,Gabriele, Laura, Gregorio, Matteo,  Marco,  Michela, Letizia, Antonella, Sarina, Vincenzo e Augusta, Pino e la redazione di Telejato, Salvo, Gianluca e i ragazzi delle cooperative Liberaterra, i ragazzi di Addiopizzo,  Mario e  Giacomo, Stefano, Danfranco.

 

 

 

<<Un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre ma avere nuovi occhi>>

 

 

 

 

 

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA

Ufficio Scolastico Regionale per Lombardia

Istituto Superiore "Bonomi-Mazzolari"

Istituto Professionale di Stato per Abbigliamento Moda e Servizi Commerciali Sociali Turistici
Mantova

 

VIAGGIO DELLA LEGALITA’ E RESPONSABILITA’

7 – 9 settembre 2009

 

Negli ultimi due anni scolastici, in alcune classi dell’Istituto Superiore Bonomi-Mazzolari, sono stati attivati percorsi di educazione alla legalità al fine di promuovere una cultura di cittadinanza responsabile, di giustizia e di solidarietà non solo attraverso  la riscoperta e l’approfondimento  dei principi sanciti nella nostra Costituzione ma, soprattutto, con la testimonianza diretta di tante persone, uomini e donne, giovani e adulti , con ruoli e competenze diverse che quotidianamente, “si sporcano le mani” per rendere vivi e concreti i nostri valori costituzionali.

 

Questo percorso di educazione alla cittadinanza responsabile ha coinvolto non solo gli studenti e il personale dell’Istituto ma anche le Istituzioni esterne come la Provincia e le Forze dell’Ordine del nostro territorio. In particolare, con la Polizia di Stato, si ricordano le date del 22 novembre quando,alla presenza Rita Borsellino, il questore Francesco Senatore e il Pm Teresi, la scuola ha dedicato una targa commemorativa alle persone che sono state tragicamente assassinate per aver semplicemente scelto di fare, in modo onesto e serio, il loro dovere di cittadini e;  quella del 9 maggio in cui, in occasione della festa della Polizia di Stato, una classe è stata premiata da Emma Marcegaglia, con una targa di merito per il lavoro sulla vita delle scorte svolto nel corso dell’anno.

 

Ora, con la collaborazione dell’Assessorato alle Politiche sociali della nostra Provincia si realizzerà, dal 7 all’11 di settembre prossimo,  il c.d. “VIAGGIO DELLA LEGALITA’ E RESPONSABILITA’   nella Sicilia occidentale.

 

Il percorso è destinato ad un gruppo di studenti ed insegnanti che hanno attivamente contribuito alla realizzazione del suddetto progetto nel corso degli ultimi due anni scolastici.

L’idea del viaggio è nata dall’invito che Rita Borsellino, sorella del giudice antimafia Paolo Borsellino, ha rivolto direttamente agli studenti del Bonomi-Mazzolari invitandoli “a conoscere direttamente quella parte di Sicilia - la maggioranza dei siciliani -  che vuole cambiare davvero; una Sicilia che chiede di essere partecipe e protagonista nella costruzione del futuro, nella costruzione di un’altra Storia, per la Sicilia e oltre la Sicilia”.

Il viaggio darà quindi la possibilità  di vivere un’ esperienza diretta e di conoscenza di un Sud diverso da come spesso ci viene rappresentato dai mass-media; un territorio che, silenziosamente ma  con convinzione e coraggio, vuole poter dimostrare come la giustizia, il rispetto dei  diritti, la solidarietà e la cooperazioni sono elementi fondanti per lo sviluppo e la crescita reale di ogni territorio.

 

L’itinerario, che è stato organizzato con l’associazione LIBERA, settore Turismo c/o la cooperativa sociale “Placido Rizzotto-LiberaTerra” (San Giuseppe Jato – PA),  si ispira ai principi del turismo responsabile e vuole poter essere un percorso che permetta ai nostri ragazzi e a noi insegnanti, di conoscere persone e “storie positive” del territorio, donne e  uomini che ogni giorno dedicano tempo e risorse per far si che sempre più cittadini possano veder riconosciuti i loro diritti fondamentali e non debbano essere costretti a chiedere “favori”, incontrare uomini e donne che ci forniscano occasioni di riflessione su vicende del passato e del presente e ci stimolino ad interrogarci anche sulle nostre responsabilità personali  e sul significato e sull’importanza dell'impegno civile.

 

Così come previsto dai principi del turismo responsabile il percorso vuole anche rappresentare una opportunità di crescita del territorio con l’idea che l’uso sociale dei beni confiscati e assegnati e tutto quello che ruota intorno ad essi, come ad esempio l’associazionismo antiracket, possono essere elementi positivi per l’economia sana di quest’isola.

Per questo motivo ci siamo rivolti, tramite la cooperativa “Placido Rizzotto – Libera Terra” di S. Giuseppe Jato (PA), per quanto possibile, a fornitori che si ispirano ai principi del consumo critico, privilegiando cioè quelle esperienze imprenditoriali che operano nella legalità e  con la convinzione che la mafia si può sconfiggere anche con piccoli gesti quotidiani.

 

Con l’augurio che i giovani che accompagneremo sappiano cogliere  i significati profondi che sono dietro alle singole storie, sappiano pensare e voler impegnarsi per un futuro diverso, migliore per loro e per la società nella quale viviamo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(foto 1. Albero Falcone - Palermo)

 


 

1° giorno: Lunedì 7 Settembre. Arrivo a Palermo alle ore 13.38…

 

Siamo atterrati all’aeroporto “Falcone-Borsellino”, lo scenario che abbiamo di fronte a noi è spettacolare: siamo arrivati nella terra di Sicilia.

 

Ore 15.30 - Eccoci arrivati a Palermo presso il nostro albergo “casa Marconi”, un luogo accogliente, dotato dei comfort necessari, molto pulito e vicino al centro. Incontriamo Gregorio Porcaro, e la nostra paziente guida, Gabriele.

 

Il nostro viaggio comincia…

                                              

Ci dirigiamo in via d’Amelio,  dove Paolo Borsellino fu ucciso, insieme agli agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Il 19 luglio 1992 alle ore 16.55 …una Fiat 126 imbottita con 100 kg di tritolo deflagrò in via d'Amelio, strada in cui viveva la madre di Borsellino, dalla quale quella domenica il giudice si era recato in visita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(foto2: Via d’Amelio subito dopo l’esplosione)

 

A detta degli agenti di scorta e dalla stessa sorella del giudice, via Mariano d'Amelio era una strada pericolosa, tanto che era stato anche chiesto di mettere una zona di rimozione davanti alla casa: la richiesta però non fu accolta dal Comune di Palermo. L'unico sopravvissuto è Antonino Vullo, risvegliatosi in ospedale dopo l'esplosione, in gravi condizioni.

La bomba venne radiocomandata a distanza ma ancora oggi non si è fatta chiarezza su come venne organizzata la strage, chi furono i veri mandanti della stessa dato che Paolo Borsellino non voleva assolutamente che lo Stato accettasse alcun accordo con la mafia locale e nonostante il giudice sapesse di un carico di esplosivi arrivato a Palermo appositamente per lui.

 Il detonatore che ha provocato l'esplosione sembra  sia stato azionato dal Castello Utveggio

 

 

 


(foto 3: il castello è posizionato, in linea d’aria, di fronte all’abitazione della madre del giudice)                   

 

Nel luglio 2009, in occasione del 17°anniversario della strage, sono emersi altri particolari: la conferma della trattativa tra mafia e Stato atta a far cessare le stragi, da parte di un collaboratore di giustizia, Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, condannato per associazione mafiosa. Massimo Ciancimino ha inoltre consegnato ai magistrati il c.d. "papello" con le condizioni che il boss Totò Riina poneva alla Stato per metter fine alle stragi. Con queste dichiarazioni si è ulteriormente alimentato il sospetto che Paolo Borsellino, con le sue indagini, si sia  messo di traverso alle trattative tra la mafia e lo Stato, si sia ribellato alle manovre governative atte a realizzare accordi tra la  mafia siciliana  e lo Stato e per questo sia stato  ucciso con la complicità dei Servizi Segreti dello Stato italiano.

 

In occasione del 17° anniversario della strage, Salvatore Borsellino ha presenziato a una manifestazione dal titolo "Resistenza. L'agenda rossa esiste", con riferimento all'agenda che il giudice portava sempre con sè, dove annotava i dati delle indagini e le persone che incontrava, agenda di cui si è persa traccia dopo la strage, in quanto è stata sottratta da un agente delle forze dell’ordine dalla borsa del giudice, borsa che poi è stata riposizionata sul sedile posteriore dell’auto. Lo stesso Toto Riina, tramite il suo avvocato, ha fatto sapere di non essere coinvolto nella strage di via d'Amelio.

 Il boss ha dichiarato: « L'hanno ammazzato loro. Io sono stanco di fare il parafulmine d'Italia ». Con questa frase, Riina si riferirebbe ai Servizi Segreti dello Stato, a suo dire veri mandanti dell'omicidio. Salvatore Borsellino ha così commentato queste dichiarazioni di Toto Riina: << Lancia messaggi a chi è fuori[...], “presenta le cambiali”  intendendo che le parole di Riina siano un minaccioso avvertimento a quegli apparati dello Stato che avrebbero commissionato l'assassinio del giudice>>.

Rita Borsellino ci ha raccontato che oggi via d’Amelio è un luogo di memoria dove si recano tanti giovani. Nonostante viviamo un momento durissimo in cui viene da chiedersi dove sia finita la voglia di cambiare del periodo successivo alle stragi del 1992, in via d’Amelio quella voglia la si incontra sotto un albero di ulivo, dove lasciano le loro testimonianze tanti cittadini italiani che hanno scelto di continuare nell’impegno per la legalità e la giustizia. In via d’Amelio, in occasione del 1° anniversario della strage, per volontà della madre del giudice Paolo Borsellino, venne piantato un ulivo, giunto direttamente da Betlemme, sul luogo dove sostava la 126; erano solo tre ramoscelli, nessuno avrebbe mai scommesso che sarebbe diventato quello che in via d’Amelio n.19 abbiamo visto: un albero robusto, con radici forti, diramatesi nel cemento con vigore e capaci di offrire tanti frutti. Ogni oliva rappresenta una speranza in più in nome della giustizia. (foto 4-5).

 

(foto 4 L’ulivo della memoria- via D’Amelio 19)                                 

 

 

(foto 5 L’ulivo della memoria- via D’Amelio 19)

Quest’anno, in occasione del 17°anniversario, è comparsa un’agenda rossa ai piedi dell’albero, ognuno che passa lascia un suo pensiero a testimonianza e sostegno della memoria di Paolo e dei suoi ragazzi. ( foto 6)

(foto 6.  L’agenda rossa di Borsellino lasciata da un anonimo il 19 luglio 2009)

 

Chi è per noi Paolo Borsellino?

Paolo Borsellino e Giovanni Falcone sono il simbolo di tutti quegli uomini delle Istituzioni che hanno sacrificato la loro vita per combattere contro la criminalità organizzata spesso collusa con la politica. Durante la loro vita sono stati spesso ostacolati, denigrati  e alla fine isolati , facilitando così i loro assassini. Dopo la morte sono stati riabilitati ed ora ogni anno vengono ufficialmente ricordati nel giorno della loro morte.

Vogliamo ricordare il giudice Paolo Borsellino riportando questi estratti da noi letti a scuola:

“…..e sono ottimista perché vedo che verso di essa (la mafia) i giovani, siciliani e non, hanno oggi attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo mai avuto. L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E NO! questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati.”

 (dalla lettera inviata agli studenti dell’Istituto Tecnico Professionale di Bassano del Grappa 26/01/1989)

 

E ricordando l’amico Giovanni Falcone:

“…sono morti per tutti noi… abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera, facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici; rifiutando di trarre dal sistema mafioso i benefici che potremmo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere,…….troncando immediatamente ogni legame di interesse, anche quelli che ci sembrano più innocui, con qualsiasi persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli; accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità di spirito. Dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo”.  

Paolo Borsellino e Giovanni Falcone sono il simbolo di tutti quegli uomini delle Istituzioni che hanno sacrificato la loro vita per combattere contro la criminalità organizzata spesso collusa con la politica. Durante la loro vita, sono stati spesso ostacolati, denigrati  e alla fine isolati , facilitando così la loro eliminazione fisica da parte della mafia.  Dopo la morte sono stati riabilitati ed ora ogni anno vengono ufficialmente ricordati nel giorno della loro morte.

 

 

 

 (foto 7 - il gruppo, in via M. d’Amelio 19,   insieme con Rita Borsellino, sorella del giudice)

 

 

VISITA ALL’ALBERO FALCONE

 

GIOVANNI FALCONE: 

 

E’ il magistrato che, insieme ad altri colleghi e in modo particolare con la collaborazione dell’amico e collega Paolo Borsellino e avvalendosi anche  delle testimonianze comprovate  dei c.d. “pentiti”, è riuscito a scoprire la vera e potente  struttura di Cosa Nostra e la composizione della Cupola.

Il 23 Maggio 1992,  con la strage di Capaci sull’autostrada Trapani-Palermo, si compie l’atroce vendetta della Mafia; sono le 17.58 quando Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco di Cillo e Vito Schifani vengono trucidati dalla detonazione di mille chili di tritolo.

Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e i loro collaboratori  avevano compreso l’importanza di non considerare i crimini di Mafia in modo isolato, ma come facenti parte di un mosaico più ampio e complesso. La convinzione dell’unicità della Piovra e dell’endemica penetrazione delle sue radici nel cuore delle “famiglia palermitana” porta ad un’analisi verticistica delle gerarchie mafiose.

Per debellare il fenomeno vengono attuati nuovi sistemi: oltre ad una  maggiore collaborazione tra i giudici (la nascita del Pool Antimafia), la ricostruzione degli aspetti patrimoniali e finanziari di Cosa Nostra e le testimonianze dei collaboratori di giustizia (i pentiti). La Mafia inizia a tremare. Ricordiamo una semplice data:  il 18 febbraio 1986, giorno in cui  prende il via il c.d. Maxiprocesso,  il più grande processo di tutti i tempi; nell’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo, alcuni degli intoccabili, da Ciancimino a Riina, finirono in manette.

 

Anche il giudice Giovanni Falcone vogliamo ricordarlo con alcune sue frasi che ci auguriamo possano sollecitare tanti altri giovani ad indirizzare le proprie scelte di vita in nome della giustizia e del rispetto dei diritti di ogni uomo.

 

“Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l'essenza della dignità umana. »

 

 “Si muore perché si è soli o perché si è entrati un gioco troppo grande. Si muore perché spesso non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.  In Sicilia la Mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.”

 

“Gli uomini passano ma gli ideali restano e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”

 

« Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola. »

 

“Certo dovremmo ancora per molto tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso, per lungo tempo, non per l’eternità. Perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio e una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine»

 

 


(foto 8 – L’abitazione di Giovanni Falcone davanti cui sorge l’ albero, già esistente nel’92, divenuto successivamente luogo di memoria)

 

(Foto 9- l’albero Falcone)

 

 

INCONTRO CON VITTORIO TERESI

 

VITTORIO TERESI, Sostituto Procuratore di Palermo che ha scelto di “restare per continuare” il lavoro dei colleghi uccisi dalla mafia

 

“Ho conosciuto Paolo Borsellino nel 1980, quando, ho svolto il periodo di tirocinio presso gli uffici giudiziari di Palermo. Ricordo che erano già iniziate le prime imponenti indagini in processi di mafia, e proprio Giovanni Falcone  e Paolo Borsellino erano i titolari dei più importanti processi. Non si era ancora formalmente costituito il “pool”, ma loro due lavoravano già a stretto contatto, anche perché le indagini erano particolarmente complesse e necessitavano di un continuo scambio di idee ed esperienze.

 La principale attività consisteva nel controllo dei passaggi di centinaia di assegni, che erano stati sequestrati e nelle verifiche presso istituti bancari, da cui trarre le prove dei contatti e dei rapporti economici tra soggetti sospettati di fare parte della organizzazione mafiosa.

Grande era il loro lavoro, se si pensa che all’epoca non esisteva ancora nel nostro codice il delitto di associazione mafiosa e non c’era traccia di collaboratori di giustizia che fornissero notizie dall’interno dell’organizzazione….

 

Giovanni appariva sempre molto serio e raramente si lasciava andare a battute ed a momenti di scherzosi rilassamenti, anche se qualche volta usava battutine, banali, e non sempre percettibili dal suo interlocutore (che quindi ai suoi occhi faceva la figura dello scemo). Paolo, invece era più gioviale, sempre pronto alla battuta, anche se a quei tempi io provavo una certa soggezione, dovuta alla mia giovane età ed alla condizione di “allievo” che doveva seguire grandi maestri.

 

Successivamente sono stato assegnato alla Procura della Repubblica di Termini Imerese come sostituto rimanendovi sino al mese di aprile del 1987.

Se rileggiamo le cronache di quegli anni, ci rendiamo conto che si trattò di una stagione tristissima e fitta di avvenimenti gravi che hanno mutato il corso della storia del nostro paese.

Basta ricordare il lungo elenco dei c.d. delitti eccellenti, l’uccisione del Presidente della Regione Mattarella, di Reina, di  La Torre, del Procuratore della Repubblica Gaetano Costa, successivamente la strage di Chinnici, l’eccidio di Via Carini in cui vennero trucidati il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa con la moglie e l’agente di scorta, poi ancora nel 1985, l’uccisione del Capo della Squadra Mobile Ninni Cassarà, del Dr. Montana, capo della sezione catturandi, l’uccisione del capitano dei Carabinieri Basile e del Capitano D’Aleo.

Eventi che ricordo non in ordine di tempo, che hanno segnato per sempre la mia vita di cittadino e di magistrato.

 

 Nello stesso arco di tempo vennero approvate, finalmente, le leggi per una efficace lotta contro la mafia, il pacchetto di norme ideato e proposto dall’Onorevole Pio La Torre, che porta ancora il suo nome, con l’introduzione del delitto di associazione mafiosa, con le nuove misure patrimoniali. Fu anche il tempo delle polemiche sottili e laceranti, il “pool” di Falcone e Borsellino si doveva fermare ad ogni costo, invece l’arrivo a Palermo, come Consigliere Istruttore di Nino Caponnetto, che prese il posto di Chinnici, diede nuovo impulso alle indagini ed un entusiasmo nuovo al lavoro difficile e pericoloso di quei giudici coraggiosi e tenaci.

All’interno ed all’esterno del palazzo di giustizia si respirava un’aria di tensione e paura, certamente la stragrande maggioranza della gente (di ogni ceto e professione), temeva che venissero svelati gli inconfessabili rapporti con la mafia, che finalmente potesse essere messo allo scoperto il sistema mafioso, e non soltanto l’ala militare dell’organizzazione criminale. Si temeva che la gente potesse prendere coscienza del fatto che intere fasce sociali, fino ad allora ritenute “perbene” potessero invece essere pesantemente coinvolte in un sistema di tolleranza e di condivisione della mentalità e delle metodologie della mafia.

 

Per fortuna in quel periodo si segna anche l’inizio del fenomeno della collaborazione di giustizia dei mafiosi, inizia a parlare Tommaso Buscetta, è il terremoto; sembra che il mondo criminale, incrostato in secoli di torbidi intrecci e cointeressenze inconfessabili, possa cadere con un tonfo, da un momento all’altro.

La classe politica inizia a vacillare, teme che le pesanti connivenze possano finalmente venire alla luce.

 

Inizia il Maxi processo, a fronte di una società sospettosa e succube inizia ad affacciarsi una società partecipe, che fa il tifo per i giudici, che denuncia le connivenze, che finalmente prende coscienza della realtà paludosa della mafia, e spera nel riscatto e nella fine del giogo.

I numerosi ergastoli irrogati  nel dicembre del 1987, con la sentenza di primo grado del maxi processo, appaiono come il segnale definitivo della svolta, sembra terminato il periodo delle facili assoluzioni per insufficienza di prove, che negli anni passati avevano sempre rinforzato e legittimato il potere mafioso.

 

Io torno a Palermo, quando già negli ultimi periodi a Termini mi ero imbattuto nella realtà mafiosa, le famiglie di Cosa Nostra della zona di Caccamo, le pressioni su di me esercitate al fine di “alleggerire” la posizione di alcuni componenti di quelle cosche.

Anche a Termini Imerese arrivò il primo “pentito”, e quindi fui in grado di capire, con orrore, la potenza e la diffusione del fenomeno, che estendeva il proprio controllo criminale ed il proprio dominio monopolistico, su tutte le attività imprenditoriali della zona. Non ci poteva essere concorrenza libera nel mercato del lavoro, nessuna impresa poteva partecipare a gare di appalto con la speranza di riuscire, con le sole proprie forze, ad affermarsi ed aggiudicarsi un lavoro, per quanto piccolo; Cosa Nostra controllava tutto, si accaparrava i lavori e li distribuiva alle imprese “amiche”, agli altri non veniva lasciato nulla.

 

La rilettura delle cronache del tempo diranno anche dei momenti politicamente esaltanti, la stagione della fine dei sindaci collusi,  la speranza di un riscatto totale e di una vittoria definitiva.

 

La stagione successiva fu la stagione della delusione, delle speranza perdute e del timore del ritorno al passato. In appello il maxi processo venne fortemente ridimensionato, quanto meno nella sua principale impostazione logica.

Le laceranti polemiche della successione a Caponnetto, alla guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo e la designazione del Consigliere Meli, furono un altro sinistro segnale dell’aria di “normalizzazione” che si respirava.

Le forze predominanti della politica, di gran parte della società civile, di molti magistrati e di tanti altri, riuscirono a creare un clima ostile intorno a quei coraggiosi giudici e più in generale intorno a tutti coloro che avevano sperato in una azione ormai inarrestabile di riscatto.

Ma fortunatamente la strada era stata ormai segnata, solo pochi di noi capirono che si poteva ancora lottare, che vi erano ancora spazi di manovra e che non tutto il lavoro precedente era stato inutile. Un segnale di grande valore fu quello dell’esito del Maxi processo in Cassazione, la Corte, stravolgendo la sentenza di secondo grado, riconobbe la bontà delle tesi della sentenza di primo grado, rese definitivi gli ergastoli contro i mafiosi, sancì definitivamente l’esistenza della mafia come potere criminale, la sua natura unitaria e verticistica, la sua implicita forza intimidatrice. Sembrò la vittoria!

Ma anche per Cosa Nostra, quella sentenza segnò un punto di non ritorno. Venne inaugurata la stagione delle stragi, il primo segnale fu l’omicidio di Salvo Lima, da sempre il garante della tolleranza politica verso la mafia ed il punto di snodo tra il potere criminale in Sicilia e le stanze della politica centrale.

 

Da questo momento ricordiamo tutti come si snodarono i successivi eventi, 23 maggio 1992 - 19 luglio 1992.

Giovanni Falcone era andato via da Palermo, il sistema non gli consentiva più spazi di manovra, la sua breve stagione di Procuratore della Repubblica Aggiunto a Palermo era stata irta di delusioni ed ostacoli.

 

Paolo Borsellino era da poco arrivato a Palermo, anche lui come Procuratore della Repubblica Aggiunto, e venne relegato ad occuparsi solo della mafia della provincia di Agrigento; era stata costituita la Direzione Distrettuale Antimafia, che aveva competenza per tutti i fatti di mafia della Sicilia occidentale (Palermo, Trapani Agrigento), uno strumento che doveva essere utilizzato al meglio per coordinare in modo unitario e coerente le investigazioni per il contrasto a quella organizzazione che dell’unitarietà aveva fatto il suo punto di forza.

Invece le norme vennero applicate in modo strumentale, per costringere Paolo Borsellino in un angolo angusto, senza consentirgli una conoscenza diretta ed immediata dei rilevantissimi sviluppi che in quei mesi le indagini antimafia su Palermo, andavano prendendo.

 

E’ questo il periodo, breve ma intensissimo, in cui sono stato più vicino a Paolo Borsellino, la difficile stagione della Procura opaca, che avrebbe potuto produrre enormi risultati se si fosse avvalsa appieno della esperienza di Borsellino, ma che appariva frenata e lacerata, a causa di una dirigenza, che ritardava, frenava, ostacolava Paolo e lo teneva all’oscuro dei fatti maggiormente significativi, la stessa dirigenza che aveva mortificato la professionalità di Giovanni Falcone.

 

Potete dunque immaginare fino a che punto la sera del 19 luglio 1992, mi sentissi sconfitto, colpito a mia volta dalla potenza politica di quella bomba, svuotato. Ho sempre avuto l’incrollabile certezza, fin dai primissimi minuti, della esistenza dei c.d. “mandanti esterni”, ho anche sperato , nei periodi successivi, che si potesse arrivare ad individuarli, oggi temo invece che essi non saranno mai trovati, o comunque mai processati.

 

Le vicende successive, dal 1993 al 1999, hanno segnato un’altra stagione esaltante, siamo riemersi dal fondo del baratro, in nome dei caduti e grazie all’insostituibile stimolo ed esempio di Gian Carlo Caselli; ci siamo ricompattati, abbiamo ricominciato a macinare lavoro, abbiamo ottenuto, in pochi anni, risultati che non esito a definire straordinari.

 

Di nuovo la gente ha creduto in noi, ed ha sperato che finalmente potesse arrivare il riscatto, che si potesse riaffermare la dignità dell’uomo libero dal sistema criminale. Non sono mancati gli attacchi ed i detrattori, le accuse più volgari di politicizzazione e di strumentalizzazione a fini personali dell’attività giudiziaria, siamo riusciti a superare anche questi attacchi…

 

Le vicende di questi ultimi periodi, mi colgono spesso in atteggiamenti preoccupati e rinunciatari, percepisco dentro e fuori di me un senso diffuso di rassegnazione e stanchezza, che certo non aiuta a proseguire nella strada tracciata dai nostri maestri.

 

Per grandi linee le condizioni generali mi appaiono le seguenti:

Le vicende politiche generali appaiono lontane anni luce dai tempi di massima tensione verso i problemi del contrasto alla criminalità organizzata ed ai grandi poteri criminali. Si vuole far apparire come risolti o comunque fortemente ridimensionati  tali poteri, e si tende a ristabilire una sorta di restaurazione nel segno dell’esasperato garantismo. Come se l’epoca dei grandi processi e delle stragi sia stata soltanto una drammatica parentesi di emergenza ormai superata e risolta con l’arresto di alcuni latitanti storici.

 

Le riforme legislative, in tema di giustizia e di contrasto alle mafie, sembrano volte unicamente alla soluzione dei problemi (spesso presunti) delle garanzie degli imputati e non mostrano analoga attenzione per i diritti delle vittime, per la sicurezza dei cittadini e per la soluzione definitiva del vero problema che è quello dei controlli di legalità in ogni settore della pubblica amministrazione, della giustizia, dell’economia, della finanza, del lavoro, dei servizi.

 

Sono stato un ‘ragazzo di Paolo’ solo per poco tempo, con lui in vita.

Lo sono rimasto per sempre dopo la sua morte.”

                              

(foto 10 Noi e Vittorio Teresi; Piazzale della memoria- Palazzo di giustizia- Palermo)

 

 

2° giorno: Martedi 8 Settembre

 

Palermo

                                                   “Itinerario arabo-normanno”        

 

Prima colazione in hotel. Incontro con il presidente delle cooperative Libera Terra, Gianluca Faraone, e presentazione del programma.    

Breve visita al centro storico di Palermo (Cattedrale, Piazza della Vergogna,Cappella Palatina, Quattro Canti). Visita alla Bottega dei Saperi e dei Sapori della Legalità di Libera e incontro con tre “testimoni di giustizia”, Michela Buscemi sorella di 2 giovani vittime della mafia, Antonella Azoti, figlia di un sindacalista ucciso nel’47 e Letizia Caliò, amica e compagna di lotta di molti giudici assassinati negli anni ’80 dalla mafia.

 

PALAZZO DEI NORMANNI

Il palazzo reale dei normanni sorge nel nucleo più antico della città, nello stesso sito dei primi insediamenti  punici ,le cui tracce sono ancora oggi visibili nei sotterranei. Il palazzo reale dei normanni è posto nel luogo più elevato dell'antica città tra le depressioni dei fiumi Kemonia e Papireto.

 È all'epoca araba (IX secolo) che si deve attribuire l'edificazione del maestoso Qasr, "Palazzo" o "Castello", da cui ha preso il nome la via del Cassaro, l'odierno corso Vittorio Emanuele. Tuttavia, furono i Normanni a trasformare questo luogo in un centro polifunzionale, simbolo del potere della monarchia. Con gli Svevi di Re Federico II ,che vi risiede solo nell'età giovanile, il palazzo rimane sede dell'attività amministrativa, della cancelleria e della scuola poetica siciliana. Il ruolo periferico della città inizia con gli Angioini e gli Aragonesi che privilegiarono altre sedi. La rinascita del palazzo si ha con i viceré spagnoli che, nella seconda metà del XVI secolo, scelsero di risiedervi adeguandolo alle nuove esigenze difensive e di rappresentanza, ristrutturandolo notevolmente, creando bastioni e modificando il palazzo. (foto 10)

Durante il regno dei Borbone furono create le sale di rappresentanza (Sala Rossa, sala Gialla e Sala Verde) e fu ristrutturate Sala d'Ercole, con gli affreschi raffiguranti le fatiche dell'eroe mitologico. Dal 1947 il Palazzo dei Normanni è sede dell'Assemblea Regionale Siciliana . Il Palazzo ospita altresì l'Osservatorio astronomico di Palermo  “Giuseppe S. Vaiana”.

 

(Foto 11 Palazzo dei Normanni)

 

CAPPELLA PALATINA

 

 La Cappella Palatina, che sorge nel Palazzo Reale, è a schema basilicale a tre navate, divise da archi ad ogive con la particolarità della cupola eretta sul santuario triabsidato. Le navate sono suddivise da colonne di spoglio in granito e marmo cipollino con capitelli compositi. La Cappella Palatina fu consacrata 28 aprile 1140  e dedicata ai santi Pietro e Paolo da Ruggero II di Sicilia (si dice palatina una chiesa o una cappella riservata ad un regnante e alla sua famiglia). Il termine latino palatinus deriva infatti da palatium, "palazzo imperiale"; nel medioevo l'aggettivo ha preso il significato di “appartenente al palazzo imperiale”). Lo splendido edificio palermitano è interamente rivestito di un tappeto musivo, che è più libero nella concezione dello schema iconografico rispetto ai mosaici della chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio, detta anche la Martorana.

La Cappella è stata definita un vero miracolo d'armonia spaziale e decorativa, quest'ultima frutto di una felice fusione tra impianto centrale bizantino (presbiterio) e schema basilicale latino (navata). La decorazione a mosaico fu ispirata nei temi da Ruggero II e, in un magico connubio di stili e capacità tecniche, in essa convivono esperienze culturali differenti comprese quelle in purissimo stile islamico, quali il soffitto ligneo a lacunari – elementi realizzati in differenti materiali che ornano i soffitti – e muqarnas o la serie di vivacissimi dipinti (del quarto decennio del XII secolo), raffiguranti i piaceri della vita di corte e gli svaghi del principe (giocatori di scacchi, danzatrici, dromedari e bevitori) che costituiscono il più vasto ciclo pittorico islamico pervenutoci. È un universo profano e gioioso che convive, artisticamente parlando, con le immagini sacre e dottrinali del grandioso complesso musivo.


                                                                  

(foto 12 Cappella palatina- interno)

 

 

 

CATTEDRALE

La Cattedrale di Palermo, dedicata alla Vergine Maria Santissima Assunta in cielo, è un grandioso complesso architettonico composto in diversi stili, dovuti alle varie fasi di costruzione. Eretta nel 1185 dall'arcivescovo Gualtiero Offamilio sull'area della prima basilica che i Saraceni avevano trasformato in moschea, ha subito nel corso dei secoli vari rimaneggiamenti; l'ultimo è stato alla fine del Settecento, quando, in occasione del consolidamento strutturale, si rifece radicalmente l'interno su progetto di Ferdinando Fuga. Nel 1767 infatti, l'arcivescovo Filangieri aveva commissionato a Ferdinando Fuga un restauro conservativo dell'edificio, teso solamente a consolidarne la struttura. I lavori ebbero inizio solo dal 1781,eseguiti non dal Fuga ma dal palermitano Giuseppe Venanzio Marvuglia e durarono fino al XIX secolo inoltrato.

(Foto 13 Il fianco destro ed il portale gotico-catalano. A sinistra si nota parte del prospetto del palazzo dell'arcivescovado)

(Foto 14 Il sarcofago di Federico II nella Cattedrale di Palermo. Dietro si intravede il sarcofago di Ruggero II)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NON LASCIARE CHE IL PASSATO TI DICA CHI SEI MA

LASCIA SEMPRE CHE FACCIA PARTE DI QUELLO CHE SARAI”

(Ghandi)

 

 

INCONTRI PRESSO LA BOTTEGA DEI SAPORI E DEI SAPERI

DI LIBERATERRA

 

 

MICHELA BUSCEMI

L’incontro con Michela Buscemi, una donna straordinaria e infaticabile, sempre pronta e disponibile a condividere con le giovani generazioni il suo forte impegno  contro il sistema mafioso che ha condotto in giovane età, e con modalità diverse porta avanti anche oggi, e che ha profondamente  segnato  la sua vita, è avvenuto di prima mattina in albergo.                                                                                                                          Michela ci ha raggiunti in albergo per accompagnarci anche lei a visitare i luoghi della memoria dell’impegno antimafia di Palermo e provincia ma purtroppo a causa di un incidente ha dovuto desistere. 

 

 

Comunque sono bastate poche parole per farci percepire la grandezza e la semplicità di questa donna siciliana, che a proposito  a proposito della sua scelta di testimoniare al maxi-processo del 1985 ha affermato : “mi sembrava una cosa normale e poi mi hanno fatto diventare un’eroina… le cose normali diventano anormali se nessuno le fa…”.

Cresciuta nei quartieri poveri di Palermo, era la più grande di otto fratelli e sorelle. Suo fratello Salvatore fu ucciso nel 1979 dalla mafia per aver venduto sigarette di contrabbando senza aver chiesto il permesso dei boss. Un fratello più giovane, Rodolfo, fu a sua volta assassinato per impedirgli di vendicare la morte del fratello. Nel “Maxiprocesso” di Palermo, il primo vero processo di mafia che ebbe inizio il 10 febbraio 1986 con 474 imputati, Michela è stata la prima donna a costituirsi parte civile e a testimoniare contro gli assassini dei suoi fratelli: fu un gesto dirompente che aveva aperto una crepa nel muro dell’omertà mafiosa.                                                                                                                   Ma, dopo aver partecipato a diverse udienze e aver subito pesanti atti intimidatori, fu costretta a ritirarsi dal partecipare al processo quando ricevette una telefonata in cui si minacciava di attentare alla vita della sua bambina di sei anni e questo lo disse pubblicamente davanti ai giudici. Dopo la testimonianza di Michela, sua madre interruppe ogni rapporto con lei e lei e suo marito persero il lavoro.

“Michela ha osato infrangere il muro dell’omertà e per questo è stata punita. Isolata e abbandonata dalla famiglia, minacciata in modo orribile, snaturato, dalla madre: “Spero a Dio che lo stesso dolore tu hai da provare, i figli t’hanno ad ammazzare”.  La madre che augura alla figlia che le ammazzino i figli. Piuttosto che chiedere giustizia per i suoi due figli.”

Comunque sono bastate poche parole per farci percepire la grandezza e la semplicità di questa donna siciliana, che ogni volta che qualcuno le esprime il proprio apprezzamento per la  sua coraggiosa scelta di testimoniare  al Maxi-processo di Palermo,  afferma:  “mi sembrava una cosa normale e poi mi hanno fatto diventare un’eroina… le cose normali diventano anormali se nessuno le fa…”.

 

Grazie Michela, donna ribelle: “Ribelle alla povertà, alla società maschile, alla società mafiosa, alla violenza di Cosa Nostra, alla società dei pregiudizi onesti”.

 

 

 

ANTONELLA AZOTI (figlia di Nicolò Azoti)

 

Antonella Azoti,  “missionaria laica” che predica la necessità di fare memoria di coloro che hanno perso la vita per combattere contro la mafia, figlia del sindacalista Nicolò Azoti, a Baucina (PA), il 21 dicembre 1946.

Antonella è la testimone non solo della tragica vicenda di una famiglia all’improvviso privata dell’affetto e del sostegno paterno ma  anche della storia di come si viveva nella Sicilia del dopoguerra, quando i sindacalisti venivano ammazzati, e di Portella della Ginestra  dove il primo maggio del 1947 il popolo diventò bersaglio.

 

Nicolò Azoti era segretario della Camera del lavoro; nella Sicilia del 1946 la lotta dei contadini era per l’applicazione di leggi nazionali a favore dei contadini e che i grandi proprietari terrieri  volevano fermare in nome del latifondo. A Baucina Azoti aveva organizzato i braccianti nullatenenti, aveva fondato una cooperativa. La sua iniziativa era stata vista come una dichiarazione di guerra, la legge prevedeva che parte dei terreni incolti o malcoltivati fosse assegnata proprio alle cooperative. Cercarono di fermarlo. Gli consigliarono di non immischiarsi, “gli serviva forse qualcosa? Loro erano a disposizione”. Poi lo minacciarono.

Infine gli spararono alle spalle, rimase in vita ancora due giorni. Ebbe il tempo di dire quello che sapeva. Racconta Antonella Azoti:  “Parlò con mia madre, con la polizia e i carabinieri. Mia madre andò in caserma, prima che uscisse già si sapeva quello che aveva detto”.

Il gabellato denunciato da Azoti non si fece trovare in casa. Tornò dopo una decina di giorni, il

tempo di preparare alibi e testimoni. Tutto finì archiviato.

Come finirono archiviati gli omicidi dei 39 sindacalisti uccisi dal 1946 al ‘48 in Sicilia. Una cadenza di morti.

 

Il primo maggio1947 l’episodio più drammatico, la strage di Portella. “C’è stato un piano per tenere il popolo con la schiena abbassata, non dovevano alzare lo sguardo. Poi, non c’è stata giustizia. Quando non c’è giustizia, è facile che non ci sia memoria”.

A Baucina la morte di Nicolò Azoti cadde nel silenzio. C’era la commiserazione, quella privata, ma

la paura e il fatalismo portavano a pensare che se non si fosse immischiato sarebbe rimasto vivo. “In

fondo se l’era cercata. Chi gliel’aveva fatto fare, di mettersi in mezzo? Mio padre ci mancava, ma

era morto e basta. Non ci fu la solidarietà di nessuno, nemmeno di quelli per cui era morto.

Avevano paura, la lezione che avevano ricevuto era bastata. Il partito? Ho una lettera scritta per

incarico di Li Causi, dice che mio padre sarebbe stato un esempio per le future generazioni. No, non

ci ha aiutati nessuno, nemmeno il partito. E la mamma ha cercato di distruggere tutto quello che

testimoniava il suo impegno. Pensava che lui era morto per colpa della politica. Mio padre venne

ridotto ad una dimensione solo privata. Un’altra uccisione”.

Nella vita d’ogni giorno Nicolò Azoti era un ebanista che un po’ aveva studiato, amava la vita e la

musica. Capace di mettersi all’uscita del paese e cercare un passaggio, su un carretto o un camion,

per andare a Palermo e vedere l’Aida al Teatro Massimo. Conosceva le opere a memoria e suonava

il bombardino, voluminoso strumento a fiato che adesso fa bella mostra di sé su un mobile alle

nostre spalle. Era un siciliano diverso, era ottimista. Di lui s’era innamorata la figlia di una famiglia

di commercianti, il loro era stato un matrimonio d’amore ostacolato dalla famiglia di lei: in

quell’uomo che suonava nella banda del paese, faceva sport e parlava di politica proprio non

riuscivano a vedere niente di buono, anzi non si fidavano affatto e pensavano che fosse un

perdigiorno. Quando lui morì ammazzato, lasciando lei senza risorse e con due bambini da crescere,

in qualche modo quella tragedia fu come la dimostrazione che loro avevano avuto ragione, che di

lui non c’era da fidarsi.

“Quando mio padre morì, andammo a vivere in quella che era stata la sua falegnameria. C’era

un’umidità incredibile, l’acqua scorreva dai muri. Mia madre aveva un pezzetto di terra, che faceva

solo frumento. Ricavò una specie di granaio sulle scale, era un grosso buco. Lì mettevamo il nostro

grano, quello che ci dava il contadino che coltivava la terra. Una volta al mese mia madre prendeva

una misura di grano e la portava al mulino. C’era tanta umidità che il nostro grano germogliava, al

mulino rifiutavano di macinarlo perché s’impastava e intoppava le macchine. Nessuna pensione per

la vedova, non c’erano assegni per i figli. Nessun aiuto da parte della famiglia. Avevamo il grano,

mangiavamo quello. Pane e pasta con un filo d’olio. Senza il grano, potevamo morire di fame. C’era

una povertà che adesso non riusciamo più neanche a pensare e noi eravamo più poveri di tutti, una

vedova e due orfani. Quando era festa mia madre ci mandava a raccogliere fichidindia in campagna.

2 chilometri e mezzo di strada. Eravamo piccoli, io avevo forse sette anni, mio fratello nove. I

fichidindia erano pieni di spine, era un’impresa superiore alle nostre forze…”.

A Baucina non c’erano le scuole medie, Antonella e il fratello vanno in collegio. “Siamo entrati in

collegio come orfani e basta, non come orfani di Nicolò Azoti. A scuola siamo sempre stati bravi.

Avremmo fatto di tutto per vedere sorridere la mamma. Lei era severa, orgogliosa, anche un po’

autoritaria. Schiacciata dalla responsabilità di educarci da sola. Si è sciolta quando siamo diventati

grandi”.

 

Il dolore più grande di Antonella Azoti è l’essere cresciuta col sospetto che in qualche modo suo padre fosse stato colpevole: se non altro di imprudenza. Il silenzio aveva annullato le battaglie del sindacalista, si era creato un vuoto dove al dolore privato della famiglia corrispondeva la smemoratezza collettiva. Dice “mio padre era morto e basta. Solo a 18 anni ho cominciato a

capire di chi ero figlia, quando ho letto il libro di Michele Pantaleone Mafia e politica. Lì c’è

l’elenco dei sindacalisti uccisi, ho trovato il nome di mio padre. ‘Ecco chi sono. Questo è mio

padre’, mi sono detta. Quella era la prova che mio padre non era colpevole della sua morte, che aveva avuto degli ideali ed era morto per difenderli. Per la prima volta entravo in contatto con una storia alternativa, quella dell’antimafia”.

 

Antonella diventa maestra, insegna per 35 anni. La sua storia non la racconta a nessuno. Non voleva

correre il rischio che la morte di suo padre venisse liquidata con la battuta: “fatti di mafia”.

“Questo mi avrebbe umiliato, sarebbe stato peggio del silenzio. Del resto, ufficialmente la mafia non esisteva.

Lo diceva anche la Chiesa, il cardinale Ruffini per primo.  Dire che era morto ammazzato… vai a spiegare come erano andate le cose. L’avrebbero confuso per boia, e invece era la vittima. Mafia era qualcosa che non si poteva dire, che significava? La mafia era il tuo vicino di casa, il tuo parente, il tuo compare.  Solo nel 1999 l’associazione ‘Non solo Portella’  ha ottenuto il riconoscimento di vittime della mafia per tutti i 39 sindacalisti uccisi nel dopoguerra”.

 

Adesso, della famiglia di Nicolò Azoti, Antonella è l’unica sopravvissuta. La madre è morta

nell’89, il fratello due anni prima. Nel 1986 la Regione riconobbe alla vedova un vitalizio di 500

mila lire, per iniziativa di Rita Bartoli Costa. Il provvedimento venne pubblicato sulla Gazzetta

ufficiale, e sulla stampa.

“Col giornale in mano, mia madre fece il giro dei vicini di casa. C’era scritto che mio padre era stato una vittima della mafia e lei diceva: ‘ecco per cosa è morto mio marito, ecco chi era’. Teneva quel giornale sempre a portata di mano, pronta a mostrarlo. Prima non si poteva spiegare, nessuno ci avrebbe creduto”.

 

Nel 1992, quando la Sicilia e Palermo subiscono il lutto collettivo delle stragi mafiose, il silenzio di

Antonella Azoti si trasforma in orgogliosa memoria rivendicata. Quel giorno c’era la manifestazione per il trigesimo dell’uccisione di Giovanni Falcone. Antonella  faceva parte della catena umana che, dal Palazzo di giustizia, attraversava la città sino ad arrivare in via Notarbartolo dove aveva abitato Falcone, sino a quell’albero ricoperto di foto, messaggi e fiori diventato un simbolo della voglia di rinascita della città. Lì, su un palco, “ venivano letti i nomi, si onoravano quelli che erano stati uccisi ricordando il loro nome, la commozione era enorme. E io dentro di me dicevo ‘e mio padre chi lo ricorda, chi lo conosce…?’ Non ce l’ho fatta più. Sono andata alla pedana e ho detto: la mafia non uccide solo adesso. Uccide da sempre. Ha ucciso Nicolò Azoti, perché aveva lottato per i diritti dei contadini. Io sono sua figlia”. Era come una liberazione. “Sono stati tutti affettuosi con me. Non riuscivo a staccarmi da quel luogo, non sapevo andare via… Ero come svuotata”.

Col racconto della sua vita Antonella Azoti ha vinto il premio Pieve santo Stefano

dedicato ai diari e alle memorie. E  la sua storia è diventata un libro “AD ALTA VOCE”. E a proposito del libro ha detto: “I ragazzi lo potranno leggere.  Non sono una storica, né una scrittrice. Questo è solo il mio contributo per salvare la memoria della nostra terra.”

 

TESTIMONIANZA DI LETIZIA CALIO’

Letizia, donna esemplare e combattiva,   dell’associazione Coordinamento Antimafia di Palermo , ha fatto memoria delle  vittime di mafia degli anni settanta-ottanta. In particolar modo ha illustrato ai ragazzi le vite di personaggi come:

CESARE TERRANOVA          

Cesare Terranova (Palermo, 15 agosto1921– Palermo, 25 settembre 1979) è stato un magistrato italiano. Magistrato italiano, capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, era già stato procuratore d'accusa al processo contro la mafia corleonese tenutosi nel 1969 a Bari, ove però quasi tutti gli imputati furono assolti. Fu procuratore della Repubblica a Marsala fino al 1973 dove si occupò del "mostro" Michele Vinci. Si distinse per aver processato e condannato all'ergastolo, nel 1974, la "Primula rossa" di Corleone, Luciano Liggio (già assolto al processo di Bari).

Fu deputato alla Camera, nella lista del PCI, come indipendente di sinistra, dal 1976 al 1979, e fu membro della Commissione parlamentare Antimafia. Dopo l'esperienza parlamentare, tornò in magistratura per essere nominato capo dell'Ufficio Istruzione di Palermo.

Il 25 settembre del 1979 verso le ore 8,30 del mattino, una Fiat 131 di scorta arrivò sotto casa del giudice a Palermo per portarlo a lavoro. Terranova si mise alla guida della vettura mentre accanto a lui sedeva il maresciallo PS Lenin Mancuso, l'unico uomo della sua scorta. All'improvviso arrivò un'altra auto e da questa scesero alcuni killer che aprirono il fuoco con una carabina Winchester e delle pistole contro la 131. Il maresciallo Mancuso scese dall'auto per cercare di sparare contro i sicari ma venne colpito dagli spari e morirà poche ore dopo. Terranova rimarrà ucciso da un pallottola al collo che si andrà a sommare agli altri colpi ricevuti durante gli spari. L'assassinio fu probabilmente ordinato da Salvatore Riina il quale era stato messo alle strette dallo stesso giudice Terranova

File:Cesare Terranova.jpg

(foto 15  il giudice Terranova)

 

PIERSANTI MATTARELLA

Piersanti Mattarella (Castellammare del Golfo, 24 maggio 1935 – Palermo, 6 gennaio 1980) è stato un politico italiano, assassinato dalla mafia mentre era presidente della Regione Siciliana

Figlio di Bernardo Mattarella, uomo politico della Democrazia Cristiana, e fratello di Sergio Mattarella. Crebbe con istruzione religiosa, studiando a Roma al San Leone Magno, dei Fratelli maristi. Dopo l'attività nell'Azione cattolica, si dedicò alla politica nella Democrazia Cristiana. Fra i suoi ispiratori ci fu Giorgio La Pira, avvicinandosi alla corrente politica di Aldo Moro e divenendo consigliere comunale a Palermo. Assistente ordinario all'Università di Palermo, fu eletto all'Assemblea regionale siciliana nel 1967 nel collegio di Palermo, rieletto per tre legislature. Dal 1971 al 1978 fu assessore regionale alla Presidenza. Fu eletto presidente della Regione Siciliana nel 1978, guidando una giunta di centro sinistra, con il sostegno esterno del PCI. Nel 1979 dopo una breve crisi politica, formò un secondo governo.

Il 6 gennaio 1980, appena entrato in auto insieme alla moglie e al figlio per andare a messa, un killer si avvicinò al suo finestrino e lo uccise a colpi di pistola. In quel periodo stava portando avanti un'opera di modernizzazione dell'amministrazione regionale. Si presume che ad ordinare la sua uccisione fu Cosa Nostra, a causa del suo impegno nella ricerca di collusioni tra mafia e politica. Inizialmente considerato un attentato terroristico, il delitto fu indicato da Tommaso Buscetta come delitto di mafia Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia, Giulio Andreotti era consapevole dell'insofferenza della mafia per la condotta di Mattarella, ma non avvertì né l'interessato né la magistratura, pur avendo partecipato ad almeno due incontri con capi mafiosi aventi ad oggetto proprio la politica di Piersanti Mattarella e, poi, il suo omicidio. Il fatto viene riportato nella sentenza del giudizio di Appello del lungo processo allo stesso Giulio Andreotti confermata dalla Cassazione nel 2004La stessa sentenza afferma che l'allontanamento di Andreotti dal sodalizio mafioso fu dovuta proprio all'efferato delitto Mattarella.

(foto 16 Piersanti Mattarella)

GAETANO COSTA                                                                                                              (Caltanissetta, 1916 – Palermo, 6 agosto 1980) è stato un magistrato italiano ucciso dalla mafia.

Procuratore Capo di Palermo all'inizio degli anni ottanta. Fu assassinato dalla mafia la mattina del 6 agosto 1980, mentre sfogliava dei libri su una bancarella, sita in un marciapiede di via Cavour a Palermo, a due passi da casa sua, freddato da tre colpi di pistola sparatigli alle spalle da due killer in moto. Causa di quella spietata esecuzione, il fatto che egli avesse firmato personalmente dei mandati di cattura nei confronti del boss Rosario Spatola ed alcuni dei suoi uomini che altri suoi colleghi si erano rifiutato di firmare. Il delitto venne sicuramente ordinato dal clan mafioso capeggiato da Salvatore Inzerillo

(foto 17 il giudice Gaetano Costa)

PIO LA TORRE

Pio La Torre nasce ad Altarello di Baida, una borgata di Palermo, la vigilia di Natale del 1927. Cresciuto insieme a cinque fratelli in una famiglia di poveri contadini, senza acqua e luce elettrica in casa, La Torre matura il suo interesse per la giustizia sociale e si impegna a combattere per i diritti dei più deboli e bisognosi contro lo sfruttamento dei ricchissimi proprietari terrieri. Il suo impegno politico comincia con l’iscrizione al Partito Comunista nell’autunno del 1945 e la costituzione di una sezione del partito nella sua borgata, la prima delle tante che contribuisce ad aprire anche nelle borgate vicine.

“La terra a tutti”

Il periodo tra il 1945 e il 1950 è caratterizzato dalla lotta per l’effettiva applicazione dei decreti Gullo, provvedimenti legislativi emanati dall’allora ministro dell’agricoltura del governo Badoglio che garantivano ai contadini maggiori diritti e più terre da coltivare. Lo svuotamento delle norme da parte del successore al ministero, il democristiano Antonio Segni, e l’atteggiamento dei proprietari terrieri che non riconoscevano la legittimità delle norme, scatenò, soprattutto nel Meridione, la richiesta di una effettiva riforma agraria e un’ondata di proteste popolari che ebbero la loro concretizzazione nelle occupazioni delle terre incolte da parte dei braccianti agricoli esasperati. Pio La Torre, divenuto nel 1947 funzionario della Federterra e successivamente responsabile giovanile della Cgil e quindi responsabile della commissione giovanile del PCI, partecipò attivamente a queste proteste. Nel luglio del 1949 è membro del Consiglio Federale del PCI che dà l’inizio ufficiale all’occupazione delle terre, lanciando lo slogan: “la terra a tutti”. La protesta prevedeva il censimento delle terre giudicate incolte o mal coltivate e l’assegnazione in parti uguali a tutti i braccianti che ne avessero bisogno. Parallelamente partì anche la campagna per la raccolta del grano, che sarebbe servito per seminare le terre occupate.

Il 23 ottobre 1949 fu organizzato il I Festival provinciale dell’Unità a Palermo, al Giardino inglese, per sensibilizzare l’opinione pubblica alla protesta. Il clima di festa fu però presto interrotto dalle notizie che giunsero pochi giorni dopo, il 29 ottobre, dalla Calabria, da Melissa per la precisione, dove le proteste dei contadini erano sfociate in tragedia con l’uccisione da parte delle forze dell’ordine di tre persone, tra cui un bambino e una donna e il ferimento di altri quindici, oltre a numerosi arresti. Quella strage convinse i dirigenti del PCI palermitano ad anticipare la data dell’occupazione delle terre fissandola al 13 novembre successivo. Proprio il giorno della strage di Melissa, Pio La Torre celebrava con rito civile al municipio di Palermo il suo matrimonio con Giuseppina Zacco, figlia di un medico palermitano. Informato dal segretario della federazione di Palermo, Pancrazio De Pasquale, interrompe il suo piccolo viaggio di nozze e rientra in città per preparare l’imminente lotta per le terre.

L’occupazione delle terre

Il progetto prevedeva che i contadini di dodici paesi (Corleone, Campofiorito, Contessa Entellina, Valledolmo, Castellana Sicula, Polizzi, alcune borgate di Petralia Soprana e di Petralia Sottana, Alia, S. Giuseppe Iato, S. Cipirello, Piana degli Albanesi) confluissero a Corleone da dove, la mattina di domenica 13 novembre 1949, sarebbero partiti una serie di cortei che avrebbero occupato e preso possesso di tutte le terre censite come incolte e mal coltivate. Partecipano quasi seimila persone che all’alba della domenica partono da Corleone e si dirigono verso i feudi da occupare, tra questi anche quello in cui Luciano Liggio era gabellotto, il feudo Strasatto. Dopo la strage di Melissa la polizia aveva qualche remora ad intervenire duramente, così l’occupazione continuò per molti giorni, sviluppandosi anche nei comuni fuori Palermo.

Il governo, viste le dimensioni che la rivolta aveva assunto, decise allora di tentare la via della repressione arrestando alcuni dirigenti sindacali e braccianti agricoli e scatenando scontri, il più grave dei quali, a S. Cipirello, portò in carcere diciotto persone. L’occupazione comunque ebbe successo e quasi tremila ettari di terreno vennero coltivati a grano. La “pausa invernale” dovuta all’attesa dei frutti della semina servì a La Torre e al partito per organizzare le lotte primaverili, quando si sarebbe dovuto lottare per conservare il diritto di raccolta sugli ettari seminati in autunno e rivendicati dai proprietari agrari.
La data fissata per la ripresa della lotta è il 6 marzo 1950. L’obiettivo era quello di far ottenere alle cooperative dei contadini l’assegnazione dei tremila ettari occupati e non come aveva proposto l’allora prefetto di Palermo, Angelo Vicari, di affidare ai contadini altri tremila ettari di terreno, scelti dai proprietari, mentre quelli occupati, compresi il loro raccolto, sarebbero stati restituiti ai proprietari terrieri.

L’arresto a Bisacquino

Il 10 marzo 1950 il movimento dei contadini è a Bisacquino dove si prevedeva di occupare i quasi duemila ettari di terreno del feudo Santa Maria del Bosco. Pio La Torre è alla testa del corteo, lungo quasi cinque chilometri e formato da circa seimila persone. Arrivati sul feudo si procedette all’assegnazione di un ettaro di terreno a testa fissando i limiti di divisione. Sul calar della sera, quando i contadini stanno percorrendo la strada che li riporterà alle loro case, vengono circondati dalle forze di polizie inviate dal prefetto Vicari. La Torre cerca di convincere il commissario Panico, a capo degli agenti di desistere dalla repressione, ma questi ordina di strappare ogni bandiera e vessillo dalle mani dei contadini, ne nasce una sassaiola e a quel punto il commissario Panico ordina di sparare: molti braccianti sono colpiti. La Torre, che in un primo momento era rimasto tra i poliziotti, si sposta in mezzo ai contadini cercando di dissuaderli dal reagire con lanci di sassi agli spari dei poliziotti. La battaglia continua fino a sera quando, insieme ad altre centinaia di contadini, anche La Torre viene arrestato. È Accusato, ingiustamente, dal tenente Caserta di averlo colpito con un bastone. La Torre viene ammanettato e condotto al carcere dell’Ucciardone di Palermo dove, all’alba dell’11 marzo, viene incarcerato.

La detenzione

Pio La Torre rimane in carcere per circa un anno e mezzo: dall’11 marzo 1950 al 23 agosto 1951. Fu un periodo molto duro, al normale disagio di una persona incarcerata e consapevole della propria innocenza, si aggiungevano le difficili condizioni di detenzione, in cella d’isolamento per alcune settimane in attesa dell’interrogatorio. Il primo colloquio con la moglie, in attesa del primo figlio della coppia, Filippo, che sarebbe nato il 9 novembre, fu concesso dopo qualche mese e solo grazie alle pressioni della famiglia Zacco sul sostituto procuratore generale Pietro Scaglione.

Non che le condizioni nelle quali si svolgevano i colloqui fossero migliori della detenzione, i parenti e i detenuti sporgevano la testa da una porta di ferro con dei buchi, l’una di fronte all’altra e divise da un corridoio nel quale sostava un agente di custodia. La possibilità di un contatto fisico era dunque negata a causa del “carattere politico” del reato per cui La Torre era imprigionato. Durante la detenzione lesse le opere di Gramsci, alcuni scritti di Lenin e Labriola.Era comunque molto difficile riuscire a procurarsi questi libri, fondamentale fu dunque l’aiuto di alcune guardie carcerarie. Il processo, che si svolse nel vecchio salone del tribunale di Piazza Marina a Palazzo Steri, si protrasse per dieci udienze, mettendo in luce le ingiuste accuse formulate dal tenente Caserta contro La Torre che fu così, il 23 agosto 1951 scarcerato.

Gli affetti familiari

Durante la detenzione gli giunse la notizia della morte della madre, colpita da un tumore all’utero. Da tempo, dal 1948, aveva ormai lasciato la famiglia, da quando il padre, preoccupato dalle minacce dei mafiosi, arrivati a minacciarlo bruciando le porte della stalla, aveva invitato Pio La Torre a scegliere tra il proseguire la sua battaglia lasciando Altarello o il restare con la famiglia. Erano passati pochi giorni da quando, tra il marzo e l’aprile del 1948, alla vigilia delle elezioni politiche, erano stati uccisi vari segretari di Camere del Lavoro, Placido Rizzotto a Corleone, Calogero Cangelosi a Camporeale, Epifanio Leonardo Li Puma a Petralia.

La Torre sceglie la via dell’impegno politico e si trasferisce a Palermo, ospitato dal segretario della federazione comunista di Palermo Pancrazio De Pasquale che insieme al segretario della Fgci, Emilio Arata, aveva un piccolo appartamento nei pressi della stazione.Anche la nascita del primo figlio fu vissuta dal carcere, e il primo contatto con il primogenito fu nel cortile dell’Ucciardone, dove una guardia carceraria portò il bambino, di pochi giorni, avvolto in un sacchetto, mentre la moglie Giuseppina, era rimasta ad aspettare negli uffici del carcere. Dalla coppia sarebbe nato nel giugno del 1956 un altro figlio, Franco.

Il ritorno all’azione

Uscito dal carcere trova un Movimento che era riuscito ad ottenere una legge di riforma agraria con la legge Sila a maggio e la legge regionale siciliana del dicembre del 1950, ma che complessivamente sentiva di aver fallito la propria missione, con solo pochi contadini che erano riusciti a raccogliere il grano seminato. La dura repressione aveva messo a dura prova tanto loro quanto il partito.

Nel 1952 assume la carica di dirigente alla Camera confederale del lavoro e fu organizzatore di una massiccia raccolta di firme per la campagna universale a favore dell’appello di Stoccolma, lanciato dal movimento internazionale per la pace, che chiedeva la messa al bando delle armi atomiche.

Nello stesso anno fu eletto per la prima volta al Consiglio comunale di Palermo dove resterà fino al 1966. In questo periodo diventa segretario regionale della Cgil, nel 1959 e del PCI siciliano (1962-1967). Viene eletto nel 1963 per la prima delle due legislature in cui resterà in carica, all’Assemblea regionale siciliana. Nel 1969 viene chiamato a Roma dal partito alla Direzione centrale del PCI dove ricopre l’incarico di vice responsabile della Sezione agraria e della Sezione Meridionale.

Nel 1972 viene eletto al Parlamento dove resterà per tre legislature, facendo parte delle Commissioni Bilancio e programmazione Agricoltura e Foreste, della commissione parlamentare per l'esercizio dei poteri di controllo sulla programmazione e sull'attuazione degli interventi ordinari e straordinari nel Mezzogiorno ma soprattutto della commissione Antimafia.

La lotta alla mafia

Appena eletto in parlamento, nel maggio del 1972, entra a far parte della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia. La commissione era stata istituita nel 1962, durante la prima guerra di mafia e pubblicò il suo rapporto finale nel 1976. La Torre, insieme al giudice Cesare Terranova, redasse, e sottoscrisse come primo firmatario, la relazione di minoranza che metteva in luce i legami tra la mafia e importanti uomini politici, in particolare della Democrazia Cristiana. Alla relazione aggiunge la proposta di legge “Disposizioni contro la mafia” tesa a integrare la legge 575/1965 e a introdurre un nuovo articolo nel codice penale: il 416 bis.
Una proposta che segna una svolta radicale nella lotta contro la criminalità mafiosa.

Fino ad allora infatti il fenomeno mafioso non era riconosciuto come passibile di condanna penale. La proposta di legge La Torre prevedeva l’introduzione nel diritto penale di un nuovo articolo, il 416 bis, che introduce il reato di associazione mafiosa punibile con una pena da tre a sei anni per i membri, pena che saliva da quattro a dieci nel caso di gruppo armato. Stabiliva la decadenza per gli arrestati della possibilità di ricoprire incarichi civili e soprattutto l’obbligatoria confisca dei beni direttamente riconducibili alle attività criminali perpetrate dagli arrestati.

Pio La Torre ha una grande conoscenza del fenomeno mafioso e del suo sistema di potere. È conscio delle sue trasformazioni, dalla mafia agricola e del latifondo, combattuta negli anni dell’adolescenza, alla mafia urbana e dell’edilizia che, grazie ad appalti pilotati, perpetrò, grazie alle connivenze con le dirigenze politiche locali, il cosiddetto “Sacco di Palermo”, fino alla mafia imprenditrice dedita al traffico internazionale di droga con agganci nell’alta finanza.

Non ha paura di fare chiaramente i nomi e i cognomi dei conniventi politici, famosi i suoi giudizi su Vito Ciancimino, assessore ai lavori pubblici del comune di Palermo dal 1959 al 1964 e poi sindaco del capoluogo siciliano fino al 1975. Dalla sua analisi del rapporto tra il sistema di potere mafioso e pezzi dello Stato emerge la sua convinzione che “[la] compenetrazione è avvenuta storicamente come risultato di un incontro che è stato ricercato e voluto da tutte e due le parti (mafia e potere politico)…La mafia è quindi un fenomeno di classi dirigenti”.

Nel 1981 Pio La Torre decide di tornare in Sicilia, in un momento storico in cui la strategia mafiosa di intimidazione dei rappresentanti più impegnati nell’azione di contrasto da parte dello Stato contro la mafia, era al massimo fulgore. Negli anni precedenti erano stati uccisi illustri rappresentanti dello stato come il giudice Cesare Terranova (il 25 settembre 1979), il procuratore della repubblica Gaetano Costa (6 agosto 1980) e il presidente della regione Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980). Proprio lui decide di assumere l’incarico di segretario regionale del PCI, carica che assume nell’autunno del 1981 sostituendo Gianni Parisi.
Immediatamente, al ritorno in Sicilia, intraprende la sua ultima battaglia, quella contro l’istallazione dei missili nato nella base militare di Comiso.

L’ultima battaglia

Il governo italiano aveva annunciato il 7 agosto del 1981 l’accordo con la Nato per l’installazione degli euromissili nucleari Cruise nella base militare di Comiso in provincia di Ragusa. Siamo in piena guerra fredda. La Torre da forza e organizzazione ad un movimento crescente di protesta contro l’istallazione vista come minaccia alla sicurezza, non solo siciliana, e non come possibile fonte di ritorno economico. Il clima di tensione tra gli Stati Uniti e la Russia comportava l’adozione di un atteggiamento prudente e di trattativa che, non per questo, rendeva meno convinte le richieste da parte dei protestanti.

La Torre lanciò dal Circolo della Stampa di Palermo una petizione nell’ambito di un convegno a cui parteciparono esponenti di ogni orientamento politico, culturale e religioso. L’obiettivo era raccogliere un milione di firme. La prima grande manifestazione fu fissata per l’11 ottobre 1981, a Comiso, con un gran numero di partecipanti provenienti, in marcia, da Palermo.  Il successo della protesta fu enorme e la raccolta di firme straordinaria. Lo stesso La Torre spiegò in un articolo postumo pubblicato su “Rinascita” del 14 maggio 1982 che le ragioni della contrarietà ai missili era basata sulla assoluta contrarietà alla “trasformazione della Sicilia in un avamposto di guerra in un mare Mediterraneo già profondamente segnato da pericolose tensioni e conflitti. Noi dobbiamo rifiutare questo destino e contrapporvi l’obiettivo di fare del Mediterraneo un mare di pace”.
I suoi propositi furono bruscamente interrotti una mattina di aprile del 1982.

L’assassinio

Il 30 aprile del 1982, alle nove del mattino Pio La Torre, insieme a Rosario Di Salvo, sta raggiungendo in auto, una Fiat 132, la sede del partito. In via Turba, di fronte la caserma Sole, si affiancano alla macchina due moto di grossa cilindrata: alcuni uomini mascherati con il casco e armati di pistole e mitragliette sparano decine di colpi contro i due. La Torre muore all’istante mentre Di Salvo ha il tempo di estrarre la pistola e sparare alcuni colpi in un estremo tentativo di difesa.

Il 12 gennaio 2007 la Corte d’Assise d’Appello di Palermo ha emesso l’ultima di una serie di sentenze che ha portato a individuare in Giuseppe Lucchese, Nino Madonna, Salvatore Cucuzza, e Pino Greco, gli autori materiali dell’omicidio. Dalle rivelazioni di Cucuzza, diventato collaboratore di giustizia, è stato possibile ricostruire il quadro dei mandanti dell’eccidio, identificati nei boss Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Antonino Geraci.

Il quadro delle sentenze ha permesso di individuare nell’impegno antimafia di Pio La Torre la causa determinante della condanna a morte inflitta dalla mafia del politico siciliano.

Nasce il Centro di studi ed iniziative culturali “Pio La Torre

Quattro anni dopo la sua uccisione, nel maggio del 1986, nasce, ad Alcamo, su iniziativa di Ino Vizzini, deputato regionale, il Centro di studi ed iniziative culturali “Pio La Torre”. Missione del centro è quella di valorizzare il patrimonio ideale e politico segnato dalla vita e dall'opera di Pio La Torre realizzando e promuovendo studi, iniziative e ricerche originali riguardanti aspetti e problemi della Sicilia contemporanea. Perché, come ha sottolineato il primo Presidente del Centro, l’ing. Francesco Artale, nel suo discorso d’inaugurazione del Centro: “il patrimonio lasciato da Pio La Torre […] appartiene a tutti i lavoratori, alla gente onesta, a tutti quelli che lottano e operano contro la mafia e contro lo sfruttamento, a tutti quelli che lavorano per una Sicilia libera e produttiva e per un mondo senza missili e senza guerre”.
Dal 2004 il Presidente è Vito Lo Monaco.      (Dalla Relazione alla commissione Antimafia)

      ( Foto 18 Pio La Torre)

 

INCONTRO CON I RAGAZZI DI  ADDIO PIZZO

Abbiamo incontrato Alessandro, uno dei fondatori dell’associazione,  presso uno dei locali che fin dall’inizio ha sostenuto il gruppo. Ci ha raccontato la loro storia…

 

 

 

 

Addiopizzo è un movimento aperto, fluido, dinamico, che agisce dal basso e si fa portavoce di una “rivoluzione culturale” contro la mafia. È formato da tutte le donne e gli uomini, i ragazzi e le ragazze, i commercianti e i consumatori che si riconoscono nella frase

"Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità"

è anche un'associazione di volontariato espressamente apartitica e volutamente "monotematica", il cui campo d’azione specifico, all’interno di un più ampio fronte antimafia, è la lotta al racket delle estorsioni promossa concretamente con lo strumento del “consumo critico Addiopizzo”.

Il mattino del 29 giugno 2004, su centinaia di piccoli adesivi listati a lutto attaccati dappertutto per le strade del centro, Palermo ha letto per la prima volta quel messaggio sopraindicato.
Il giorno dopo tutti i telegiornali regionali aprivano con questa notizia, in Procura i Pm che si occupano delle indagini sul racket si riunivano con i carabinieri per cercare di capire chi fosse l’autore dell’adesivo, e il prefetto di Palermo Giosué Marino convocava in prefettura il comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica. L’adesivo non era firmato e tutti pensarono all’iniziativa di qualche commerciante. Ma si trattava del clamoroso gesto di sette cittadini poco meno che trentenni.

Noi, gli ideatori dell’iniziativa, spiegammo le nostre motivazioni con un’intervista al Giornale di Sicilia e con una lettera aperta alla città, pubblicata integralmente dall’edizione cittadina di La Repubblica del primo luglio2004 “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità.
Attaccando dei semplici adesivi speravamo di affermare tra le strade della città una verità che pensiamo debba essere di dominio pubblico. La nostra pratica è un piccolo e fragile segno di implicita resistenza.
Si è detto che la mafia, militarmente e non solo, stava per essere sconfitta dallo Stato. Qualche altra volta ci siamo sentiti dire che con i mafiosi in qualche maniera ci dobbiamo convivere, che entro certi limiti la malavita organizzata è una cosa fisiologica. Oggi invece si parla sempre meno di mafia, usura e racket, termini che rischiano di cadere in disuso. Ma la verità noi siciliani la sappiamo bene: ogni esercizio commerciale che fa un buon fatturato, se non è “amico degli amici”, deve pagare il pizzo. Tutti, nessuno escluso. Poco magari, ma tutti versano denaro “per essere protetti”. Tutto ciò è saputo da tutti i siciliani. E quotidianamente dimenticato.
 I commercianti pagano per non aver bruciato il locale, o perché soggetti a continui atti di intimidazione. Tutti gli altri pagano, paghiamo per “aver protetta” l’integrità della nostra coscienza dalla consapevolezza che siamo schiavi di un sistema capillare di violenta prevaricazione. Paghiamo per dimenticare che l’insieme di tutti i passi che percorriamo quotidianamente per fare la spesa definisce le maglie della rete economica con la quale la mafia si sostenta e ci opprime.
Non si può chiedere a un singolo cittadino, o commerciante, di immolarsi per la causa. Se tutti noi ci ribellassimo e reagissimo, non ci sarebbe più bisogno di eroi o martiri. Ricordate dopo le stragi del '92 la frase che divenne, in quel frangente storico, il simbolo della lotta alla mafia? Diceva le vostre idee cammineranno sulle nostre gambe. In quei mesi sembrò che qualcosa potesse cambiare, ma se ci fossimo riusciti veramente non saremmo oggi in questa situazione di sudditanza al fenomeno mafioso. Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità: quando questo principio sarà nella testa e nel cuore di tutti i siciliani, riscoprendo l’amor proprio, ci saremo liberati del cancro mafioso.
Questa, almeno, è la nostra convinzione. Siamo uomini e donne abbastanza normali, cioè ribelli, differenti, scomodi, sognatori.
Il nostro obiettivo è erodere il consenso di cui gode la mafia nell’estesa “zona grigia” della nostra società.
Per l’esattezza, il nostro obiettivo critico è il beneplacito della popolazione di cui si avvantaggia il connivente della Cosa nostra degli assassini.
Le nostre azioni vogliono porre un argine al silenzio, sono atti di ribellione alla sottocultura mafiosa e una forma di dissociazione attiva dall’indegno quietismo che si è consolidato soprattutto attorno al problema delle estorsioni mafiose.
Abbiamo quindi scelto l’anniversario del vile assassinio di Libero Grassi, l’imprenditore che pagò con la vita la sua ribellione al racket, per provare a lanciare in tutta l’Isola una “guerriglia comunicativa a bassa intensità” contro il pizzo, una campagna della durata di un anno.
Per sconfiggere la mafia, la lotta al racket ha un ruolo strategico. Attraverso il pizzo, infatti, la mafia controlla in maniera capillare tutto il territorio. Ecco alcuni eloquenti dati:


• Per la Procura di Palermo, l’80% dei commercianti di Palermo paga il pizzo. E la media regionale si attesta sul 70%.
• Secondo i dati di Confesercenti, in Sicilia le vittime dei ricatti mafiosi sono circa 50mila (160mila in tutt'Italia).
• L'Eurispes calcola che dal pizzo la mafia guadagni circa 10 miliardi di euro l’anno (6 dei quali con il racket delle campagne: restituzione di attrezzature e macchinari rubati nei campi, gestione illegale delle risorse idriche).


Soltanto questi dati dovrebbero fare capire che il pizzo non è solo un problema degl’esercenti e degli industriali.
Noi parliamo di intero popolo per non colpevolizzare a priori nessuna categoria e per richiamare l’attenzione sulle responsabilità collettive di tutti quanti. Il pizzo rappresenta solo il 16% dei guadagni illegali della mafia, ma la gravità del fenomeno va al di là delle cifre.
Pretendendo il pizzo, la mafia di fatto afferma la sua signoria sul territorio, è come se chiedesse una tassa, perché ritiene il territorio cosa sua, si considera padrona di esso e quindi chiede del denaro per “concedere” il diritto al lavoro.
Il pizzo non è soltanto un danno all’economia dell’intera regione, è il simbolo della negazione della sovranità del popolo siciliano.

 

MONREALE

IL DUOMO

Il Duomo di Monreale, dedicato a Santa Maria Nuova, è stato costruito nel 1174 per volere di Guglielmo II d'Altavilla. Sede Arcivescovile è al contempo un monastero di benedettini provenienti da Cava de' Tirreni(attualmente abbandonato), il Duomo di Monreale è uno dei monumenti più importanti e ammirati d'Italia. Adagiata sulle pendici del monte Caputo,domina tutta la conca d'oro.

Il vastissimo interno basilicale a tre navate,lungo 90 metri, al quale si accede attraverso il portico sul fianco sinistro, misura 102x40 m; il soffitto è una volta a crociera di tipo bizantino a pianta quadrata e senza cupola, e dietro l'altare l'edificio termina con tre absidi.
Le navate sono divise da colonne antiche con pulvino e capitelli anch’essi antichi con clipei di divinità che sostengono archi a sesto acuto di tipo arabo.
I soffitti sono a travature scoperte dipinti nelle navate e a stalattiti di tipo arabo nella crociera, quest’ultimi rifatti nel 1811 dopo un incendio che aveva distrutto parte del tetto.
Il pavimento, completato nel XVI secolo è musivo, con dischi di porfido e granito e con fasce marmoree intrecciate a linee spezzate.
Le transenne che recintano anteriormente la crociera sono decorate da mosaici ottocenteschi. Le pareti delle absidi del santuario e delle navate sono, superiormente, rivestiti da mosaici a fondo oro, eseguiti tra il XII e la metà del XIII secolo da maestranze in parte locali e in parte veneziane, formatesi alla scuola bizantina.
Questi mosaici raffigurano storie cicliche del Vecchio e del Nuovo Testamento; nel catino absidale mediano è la colossale figura del Cristo Pantocratore (Onnipotente) (foto 16). Sul fianco destro è il sarcofago in porfido di Guglielmo I, morto nel 1166, e quello marmoreo di Guglielmo II il Buono. Sul lato sinistro, dentro tombe ottocentesche, si trovano le spoglie di Margherita di Navarra e di Sicilia, moglie di Guglielmo I e dei figli Ruggero ed Eusico.

IL CHIOSTRO

Il Duomo è affiancato dal chiostro dell’antico convento benedettino, eseguito sul finire del XII secolo ed esempio stupendo di architettura bizantina. Si tratta di una costruzione prettamente medievale a pianta quadrata di 47 metri di lato, con portico ad archi ogivali a doppia ghiera e con singolarissimo “toro” nell’intradosso. Gli archi sono sostenuti da colonne binate, di ornamentazioni alterne, talune intagliate ad arabeschi ed altri con intarsi a mosaico.
I capitelli sono istoriati con scene bibliche.
Nell’angolo meridionale vi è un recinto quadrangolare delimitato da tre arcate per lato. Al centro è una fontana, la cui acqua scaturisce da una colonna riccamente intagliata a forma di fusto di palma stilizzato,con figure in piedi,teste foglie a rilievo. L'acqua fuoriesce in sottili getti da bocche umane e leonine. Le basi delle colonne del chiostro raffigurano un'ampissima varietà di motivi: foglie stilizzate, rosette, zampe di leone, teste fiere, gruppi di uomini e animali, rane e lucertole. La loro esecuzione presenta grandi differenze con quella dei capitelli, tanto da far supporre che sia stata affidata ad artigiani subordinati. I capitelli dei gruppi di quattro colonne d'angolo sono particolarmente curati.

 

 

 

(foto 19 Cristo Pantocratore)

(foto 20 Il chiostro del duomo di Monreale)

 

ASSOCIAZIONE “IL QUARTIERE”

di Monreale

 

“quello che tu puoi fare

è solo una goccia nell’oceano

ma è ciò che dà significato

alla tua vita”

Albert Schweitzer

 

TESTIMONIANZA DI SARINA INGRASSIA

“Il Quartiere”è un’associazione di volontariato che opera nel territorio di Monreale dal 1975. L’associazione è nata come risposta alle molteplici richieste che provenivano da situazioni di emarginazione sociale. La sede, una modesta casa di Via B:Manfredi, è diventata subito, quasi senza volerlo, punto di riferimento per la gente.

L’opera continuativa di accoglienza e le molteplici attività che Sarina e le sue collaboratrici svolgono ( sostegno scolastico, laboratori di ludoteca e di artigianato, attività sportive e ricreative) sono finalizzate a:

·        Educare alla socializzazione ed alla partecipazione

·        Eliminare o almeno ridurre gli scarti sociali e culturali attraverso interventi di gruppo

·        Prevenire forme di violenza e di aggressività molto frequenti tra i nostri ragazzi.

L’associazione è anche punto di riferimento per le famiglie che si incontrano periodicamente e, con l’aiuto di personale qualificato, affrontano i loro problemi che riguardano soprattutto il modo di rapportarsi con i figli.

 

“L’amicizia che ci unisce nella nostra associazione

È la forza

Che ci permette di sognare

E crescere insieme”

 

 

 

Terzo giorno - 9 SETTEMBRE

 Partitico e Cinisi

 

PARTINICO: VISITA ALLA REDAZIONE DI TELEJATO

Telejato è un'emittente televisiva comunitaria fondata nel 1989 da Alberto Lo Iacono e attualmente di proprietà di Pino Maniaci, con sede a Partinico, nota principalmente per le sue campagne contro Cosa nostra. Negli anni l'attività dell'emittente si è caratterizzata per la sua opera di informazione orientata alle notizie relative alla criminalità organizzata sovente con toni di denuncia in un bacino d'utenza caratterizzato storicamente dalla forte presenza mafiosa: Alcamo, Partinico, Castellammare del Golfo, San Giuseppe Jato, Corleone, Cinisi, Montelepre.  Altri temi trattati sono quelli relativi alla gestione amministrativa, questione ambientale, economia, degrado del clima politico, speculazioni sul territorio. Nel panorama informativo italiano Telejato è di fatto il punto di riferimento per redazioni e giornalisti nazionali che ricercano notizie nell'area di operatività dell'emittente (“Ambiente Italia”, “Le Iene”, “Sciuscià”, giornalisti de “l'Unità”, de “Il Foglio”, di “Liberazione”, del “Corriere della Sera”, di “La Repubblica”).

Letizia Maniaci, figlia di Pino, è stata insignita del premio Maria Grazia Cutuli come giovane giornalista emergente.

Tra i collaboratori dell'emittente vi è anche Salvo Vitale, già conduttore con Peppino Impastato di Radio Aut.

Il direttore di Telejato, Pino Maniaci, non ha mai richiesto l'iscrizione nell'albo dei giornalisti. Il 30 marzo 2009 è stato rinviato a giudizio per esercizio abusivo della professione di giornalista ], nonostante il 10 luglio 2008 fosse già stato assolto con formula piena in un altro processo per la stessa accusa, perché il fatto non sussisteva. Negli anni l'emittente e il suo proprietario, Pino Maniaci, hanno ricevute molteplici minacce e subito diversi attentati mafiosi, tra i più gravi c'è il "pestaggio" subito da Pino Maniaci nel gennaio del 2008 ad opera del figlio di un boss mafioso.          Il 17 luglio del 2008 viene incendiata una delle auto dell'emittente parcheggiata sotto la sede della televisione.

Alcuni mesi fa un mafioso arrestato sceglie di collaborare con la giustizia e  dichiara che era stato preparato un piano per uccidere Pino e ciò avrebbe dovuto accadere 2 giorni dopo il suo arresto.

Pino Maniaci, direttore della televisione comunitaria Telejato è sotto tutela da parte dei carabinieri.

Cittadini, organizzazioni sindacali, organizzazione laiche ed ecclesiali, associazioni (e tra queste l'associazione Rita Atria) hanno promosso l'iniziativa "Siamo tutti Pino Maniaci" in solidarietà a Pino Maniaci.                                                                                                                                      Così si esprime Rita Borsellino a proposito della famiglia Maniaci:  “La storia di Telejato è la storia di una famiglia normale che ha imparato semplicemente a dire NO, IO NON CI STO, semplicemente perché hanno capito che se anche uno solo comincia ad alzare la testa, forse anche gli altri avranno il coraggio di farlo, e che hanno un’arma segreta: i Maniaci sorridono sempre. Ed è per questo che in tanti continueremo a dire SIAMO TUTTI PINO E LETIZIA MANIACI”.

Da oggi anche un gruppo di giovani di Mantova ha scelto di stare dalla parte di Pino e della sua famiglia

 

 

 

(Foto 21 redazione di Telejato- incontro con Pino Maniaci)

 

CINISI: VISITA A CASA MEMORIA “FELICIA E PEPPINO IMPASTATO"

 

Cinisi è una città a circa 20 Km da Palermo. E’ il luogo natale di Peppino Impastato (Cinisi,5 gennaio 1948-9 maggio 1978), un giovane che ebbe il coraggio di ribellarsi a Cosa Nostra e che ha ispirato il movimento antimafia siciliano per il suo coraggio e la tenacia nel combattere il malaffare e le connivenze. Proponiamo in questa località la visita di due strutture che parlano della sua storia e del suo impegno per l’affermazione della legalità.

 

RADIO AUT.  Radio Aut (foto 21)

nasce nel 1977 per iniziativa di un gruppo di giovani che con forza e coraggio decidono di stimolare il rinnovamento rivoluzionario del paese contro il dominio mafioso e lo sfruttamento che il potere di Cosa Nostra esercitava in quel territorio. È all’interno di tale esperienza che si formano la personalità e lo spessore politico e intellettuale di Peppino Impastato che avvia un percorso politico e culturale di opposizione alla mafia. “Peppino” venne ucciso da un sicario del boss Tano Badalamenti con una carica di esplosivo nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 dopo essere stato selvaggiamente picchiato. A lui è dedicato il film “I cento passi” di Marco Tullia Giordana ed è al suo impegno che si ispira buona parte del movimento antimafia.

 

 

 

(foto 22 Peppino Impastato dinanzi alla sede di RADIOAUT)

 

Peppino Impastato, nella storia delle lotte sociali contro la mafia, rappresenta un caso unico. Nato da una famiglia mafiosa, ha avviato fin da ragazzo un’attività politico-culturale contro la mafia, rompendo con il padre e con la parentela e ha pagato con la vita la radicalità del suo impegno.

Luigi Impastato era un mafioso per nascita, per parentele e affinità; durante il fascismo era stato per due anni al confino nell’isola di Ustica. Durante e dopo la guerra aveva fatto il contrabbando di alimentari ma, grazie alle soffiate che venivano dagli stessi carabinieri- a raccontarlo è la futura moglie Felicia-, era più volte riuscito a sfuggire all’arresto.

I responsabili dell’omicidio, camuffato da atto terroristico, furono subito denunciati dal fratello e dalla madre, dai compagni di militanza e dal Centro siciliano di documentazione, nato nel 1977 e successivamente intitolato a Impastato. A causa del depistaggio, operato da rappresentanti delle forze dell’ordine e della magistratura, solo recentemente i mandanti del delitto sono stati puniti.

Il 5 maggio 2001 Vito Palazzolo è stato condannato a trent’anni di reclusione e l’11 aprile Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo. Nel dicembre del 2000 la Commissione parlamentare antimafia ha approvato una relazione sul ruolo dei rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.

 

 

CASA MEMORIA. “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato” è la casa natia di Peppino,aperta per volontà della madre Felicia a chiunque voglia visitarla. Posta a pochi passi dal luogo in cui viveva il boss Tano Badalamenti, al centro di Cinisi, è il luogo della memoria in cui ripercorrere con le testimonianze del fratello e degli amici la storia di Peppino.(foto 23-24)

 

                       

 

 

(foto 23-24 documenti d’archivio di Casa Memoria)

 

 

FELICIA IMPASTATO

 

Felicia Bartolotta, la madre di Peppino, non veniva da una famiglia mafiosa, nessuno dei suoi parenti era stato al confino durante il fascismo; sposa luigi senza capire e sapere molto di mafia e dintorni e il rapporto è subito burrascoso, perché il marito era ben dentro il circuito mafioso. Da una coppia così mal assortita, che resiste perché Felicia è donna della provincia siciliana, ed è stata educata a subire, anche se morde il freno e di tanto in tanto esplode, nascono tre figli: il primo, Giuseppe, poi Giovanni, che muore a tre anni, e ultimo e secondo Giovanni.

Felicia è stata  una donna animata da coraggio e determinazione nel denunciare la mafia del paese, come responsabile dell’uccisione del figlio, mafia che lei conosceva bene essendone il marito un’esponente. E’ stata determinata nel vivere lunghi anni di lotte contro un’evidenza costruita ad arte dal nostro stato, che voleva Peppino vittima del suo stesso attentato terroristico. Caparbiamente, non ha mai lasciato cadere, insieme ai compagni di Peppino, la battaglia per ottenere, nel 1984 dal giudice istruttorio Rocco Chinnici, ucciso anche lui da un’autobomba mafiosa, l’ordinanza con la quale si riconosceva il delitto mafioso di Giuseppe Impastato e nel 1988 il processo, nel quale ha presenziato personalmente, che ha portato nel 2002, alla condanna di Gaetano Badalamenti come mandante dell’ omicidio del figlio.

Ha voluto svelare ogni aspetto della sua vita privata, fin dentro le sue intime pieghe, consentendo con la sua testimonianza la realizzazione del film “cento passi”, con il quale il mondo intero ha conosciuto la storia del giovane Peppino e della sua famiglia.

 

Felicia Bartolotta Impastato è stata una donna molto forte e questa sua forza le ha permesso di stare dalla parte di Peppino, quando si scagliava contro la mafia, e anche di battersi senza sosta per ottenere giustizia per l’atroce morte del figlio. Anche se non l’ho conosciuta, penso di sapere tanto di lei e per quanti me ne hanno parlato è come se l’avessi incontrata anch’io. Essere venuto oggi a Cinisi mi fa capire che Felicia è ancora qui. Lo capisco da questa casa, dall’accoglienza che ho trovato, dalla porta sempre aperta. Ho “sentito”una casa. In questa casa, oltre ad entrare nell’universo di Peppino, si sente la presenza ancora viva della mamma, e anche se Felicia ha lasciato un vuoto molto grande che sarà difficile da riempire, noi abbiamo una responsabilità in più e dobbiamo combattere la mafia anche per lei. Lei è ancora vicino a noi, perché è lei che vuole che si continuino a unire le forze per lottare contro i soprusi e le ingiustizie.

 (Don Luigi Ciotti)

 

 

 

(foto 25 Felicia Bartolotta Impastato)

 

 

“e’andata in paradiso a giocare

 

Con gli angeli, tornerà presto e

 

Giocherà a lungo con te”

 

    (da una poesia di Peppino Impastato)

 

Chi è per noi Peppino Impastato?

 

A Casa Memoria abbiamo incontrato l’amico di Peppino,  Salvo Vitale,  molto scosso perché

il sindaco di Ponteranica (Bg) aveva fatto pervenire in quella stessa giornata al fratello di Peppino, Giovanni Impastato, la delibera con la quale la Giunta Comunale di Ponteranica aveva deciso, senza alcuna motivazione particolare, di rimuovere la targa della biblioteca comunale che era stata  intestata dalla precedente Amministrazione Comunale nell’estate del  2008  al giovane  Peppino.

Salvo Vitale ci ha raccontato di Peppino con grande nostalgia.

Ritornati a Mantova abbiamo deciso anche noi, come han fatto anche in altre città e attraverso alcune trasmissioni televisive, di tenere viva la memoria di Peppino con questa lettera indirizzata al Direttore della  Gazzetta di Mantova e pubblicata il 30 settembre 2009.

 

Caro Direttore,

siamo due insegnanti e un gruppo di studenti mantovani appena rientrati dal “Viaggio della legalità e della  cittadinanza responsabile” nella Sicilia Occidentale, promosso dall’Assessorato alle politiche giovanili della Provincia di Mantova e Le scriviamo questa lettera per esprimere la nostra delusione e il nostro sdegno  per la scelta del Sindaco e della Giunta di Ponteranica (BG) di cancellare il nome di Peppino Impastato dalla memoria del suo Comune.

 

Siamo alle soglie dell’anniversario dei 150 anni dell’unità nazionale e, mentre si discute sul ridimensionamento dei festeggiamenti, non ci si accorge che un sindaco del Nord Italia sta tentando di far tabula rasa nelle nostri menti  di un pezzo di storia nazionale.

 

Vorremmo ricordare che “fare memoria” non significa solo commemorare ipocritamente la morte di tutte quelle persone, uomini e donne, giovani e adulti, che hanno dato la vita per liberare il paese dall’arroganza e dalla violenza delle mafie, ma significa anche emozionarsi, imparare da loro, prendere il testimone e continuare a lottare perché, lo ribadiamo, le mafie sono un problema di tutti.

Non dimentichiamo che la nostra regione, la Lombardia, è la quarta in Italia per infiltrazioni mafiose dopo Sicilia, Campania e Calabria. Dati ufficiali del 2008 segnalano come le mafie si siano già infiltrate nel Nord Italia e nei nostri territori e, a diversità di quanto avviene al Sud,   non uccidono ma  si inseriscono nel mercato realizzando senza difficoltà grandi investimenti  attraverso le ingenti somme di denaro, derivanti dalle attività criminali, di cui dispongono. Questo modo di agire sul mercato crea una situazione di concorrenza sleale  provocando  gravi danni alle attività di molti imprenditori onesti e corretti .

 

Ora, cancellare il nome di Peppino Impastato vuol dire fare un enorme favore alle mafie, diventare loro complici, uccidere Peppino un’altra volta e con lui una parte della storia nazionale.

Mentre le scriviamo ci ritorna in mente il giudizio  su Peppino  riportatoci da Salvo Vitale, mercoledì 9 settembre, durante l’incontro a Cinisi  presso Casa Memoria “Peppino e Felicia  Impastato:  Peppino aveva lucidamente individuato un percorso di contrasto alla mafia fondato sulla pubblica denuncia, coraggiosa e originale, di persone e fatti concreti, denuncia calata nel più generale contesto di un lavoro politico e culturale ricco, approfondito e impegnato, volto a far nascere e consolidare, soprattutto tra le nuove generazioni, una coscienza antimafia.  Ma purtroppo era solo.”.

 

Questo nostro viaggio in Sicilia ci ha fatto toccare con mano come coloro che hanno perso la vita nella lotta contro la mafia, siano morti proprio perche LASCIATI SOLI.. Peppino, insieme a tanti altri giovani coraggiosi del Sud, che hanno scelto di “lottare per restare e restare per cambiare”,  è per noi un modello di società civile, responsabile e onesta che ogni giorno lotta contro i soprusi, le sopraffazioni, l’arroganza dei potenti di turno e l’egoismo e l’indifferenza di tanta gente.

La memoria di Peppino e di tutti coloro che hanno perso la vita per concretizzare i valori sanciti nella nostra Costituzione  rappresentano  una tappa fondamentale della storia contemporanea e riteniamo che debbano essere ricordati dalle nostre Istituzioni, oltre che dai libri di storia e dai mass media.

Auspichiamo che anche i nostri rappresentanti politici sentano il dovere della memoria e della gratitudine nei confronti di tutti coloro che hanno speso la loro vita per costruire una società più giusta, più democratica e più responsabile, al Nord come al Sud.

Ricordiamoci che  tanta gente è già morta a causa dell’indifferenza nostra e delle Istituzioni e che solo la memoria del passato ci può aiutare a costruire un futuro migliore.

 

 

 

 

 

 

 

(foto 26 Salvo Vitale e i  fan di Radioaut- Casa Memoria-Cinisi)

 

 

 

 

 

4° giorno: Giovedì 10 Settembre.

 

San Cipirello/Corleone

 

                                    

 

La cooperativa Placido Rizzotto  

Nel 2001 un gruppo di giovani ha fondato la Cooperativa Placido Rizzotto - Libera Terra grazie al progetto Libera Terra promosso dall'associazione Libera e dalla Prefettura di Palermo: le terre confiscate ai boss mafiosi del corleonese, dopo anni di abbandono, tornarono così ad essere coltivate.

La Cooperativa sociale Placido Rizzotto opera sulle terre del Consorzio di Comuni “Sviluppo e Legalità” ove effettua l'inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, creando opportunità occupazionali ispirandosi ai principi della solidarietà e della legalità. Il metodo di coltivazione scelto sin dall'inizio è quello biologico e le produzioni sono tutte artigianali, al fine di garantire la bontà e la qualità dei prodotti che conservano il sapore antico della tradizione siciliana. La Cooperativa aderisce a Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie e al CONAPI, Consorzio nazionale di apicoltori e agricoltori biologici. Il percorso non è stato semplice e ha visto lo straordinario impegno di soggetti istituzionali, quali la Prefettura di Palermo e il Consorzio Sviluppo e legalità1 oltre all’impegno dell’Associazione Libera. Il Progetto Libera Terra muove i primi passi nel luglio 2001, con la pubblicazione di un bando per la selezione di 15 giovani disoccupati ai fini della costituzione di una cooperativa per la gestione delle terre confiscate.

Il 22 novembre 2001 i 15 giovani selezionati, dopo aver seguito un percorso formativo per 3 mesi (coordinato da Italia Lavoro), costituiscono la Cooperativa sociale Placido Rizzotto – Libera Terra e ricevono così dal Consorzio Sviluppo e Legalità, mediante contratto di comodato d’uso gratuito (stipulato presso la Prefettura di Palermo) 155.54.30 ettari di terreni, (dal 2005 sono poco più di 200 Ha. La cooperativa gestisce provvisoriamente anche 40 ettari di seminativo del comune di Lentini (SR) e 60 Ha del comune di Paceco (TP) confiscati alla mafia e a boss del calibro di Brusca e Riina, siti nel territorio dei Comuni di Corleone, Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato, Monreale e San Cipirello.

Inizia così per i giovani della Cooperativa il lavoro e la coltivazione di quei terreni sino a quel momento lasciati in stato di totale abbandono. Grazie a un contributo di Coopfond (si tratta del fondo per lo sviluppo e la promozione della cooperazione della Lega delle Cooperative) vengono rimessi in marcia i trattori confiscati ad alcuni prestanome di Totò Riina e vengono seminati i primi terreni. L’otto luglio 2001, inizia il raccolto del grano della speranza: a Corleone, nella Valle del Gorgo del Drago, teatro delle battaglie del giovane segretario della Camera del Lavoro, Placido Rizzotto, alla presenza (di alcuni rappresentanti delle istituzioni) del Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, del Sottosegretario del Ministero degli Interni, del Prefetto di Palermo e di tutti sindaci del Consorzio, prende avvio la prima mietitura del grano.


Tuttavia va ricordato un episodio: nel 2002, in occasione dell'avvio della prima mietitura del grano sulle terre confiscate a prestanome di Riina, la Cooperativa non riusciva a trovare una mietitrebbia: nessuno aveva il coraggio di eseguire i lavori in quelle terre e fare uno “sgarbo” a Riina. Si rese necessario l’intervento dei Carabinieri della Compagnia di Corleone per individuare una mietitrebbia ed effettuare il raccolto.

Una delle criticità più grandi è quella di non poter accedere al credito a fronte dei cospicui investimenti richiesti sui fondi confiscati. Infatti, gli istituti di credito chiedono garanzie, che i giovani disoccupati che hanno costituito la cooperativa non sono in grado di offrire, dato che i beni confiscati, pur avendo un alto valore economico, costituiscono patrimonio indisponibile dello Stato.

Da allora, nonostante le non poche difficoltà, i giovani della Cooperativa continuano a credere ed impegnarsi fortemente nel Progetto Libera Terra.

Il Progetto Libera Terra, intanto, è divenuto un progetto pilota a livello europeo: per il numero di soggetti coinvolti, per le dimensioni economiche, per lo straordinario intervento dello Stato, per la riproducibilità in altri contesti territoriali. Soprattutto intende dimostrare che quanto è stato sottratto alla collettività dalle mafie e dal malaffare può essere restituito e diventare occasione di sviluppo.

Sulle terre confiscate si produce pasta, vino, ceci, lenticchie. Il metodo scelto è quello della coltivazione biologica e si ispira alle tradizionali e storiche scelte colturali dell’entroterra palermitano prevedendo la rotazione quinquennale di grano duro, leguminose da granella (ceci, lenticchie, cicerchie), grano duro, melone o pomodoro, grano duro (si tratta delle colture eseguite ogni anno per 5 anni di seguito). Tutte le colture sono eseguite completamente in asciutto, ovvero senza il ricorso ad acqua irrigua, grazie alla natura argillosa dei terreni.

La zona in cui opera la Cooperativa Placido Rizzotto, quella dell’Alto Belice Corleonese, è particolarmente vocata per la produzione di uva da vino. Tutti i vigneti della cooperativa ricadono nel territorio della D.O.C. di Monreale e (grazie all’aiuto di Slow Food) stanno lentamente tornando produttivi, nonostante le difficoltà tecniche ed economiche legate al loro ripristino.

Attualmente (dal 2003) la cooperativa Placido Rizzotto è impegnata nel recupero di 18 ettari di vigneto reimpiantati con vitigni autoctoni come il Catarratto ed il Grillo per i bianchi e il Nero d’Avola e il Perricone per i rossi, e alloctoni come lo Chardonnay per i bianchi ed il Cabernet Sauvignon, Syrah ed il Merlot per i rossi. Altri 9 ettari coltivati a Catarratto e Trebbiano sono già pienamente produttivi.

La Cooperativa Placido Rizzotto – Libera Terra gestisce inoltre l’agriturismo “Portella della Ginestra” (a novembre 2005 si è concluso l’iter relativo all’ottenimento di tutte le autorizzazioni necessarie) e il Centro Ippico “Giuseppe Di Matteo”, due strutture confiscate a Bernardo Brusca e ristrutturate grazie all’intervento del PON Sicurezza del Ministero degli Interni.

 

(foto 27. cantina Cento Passi, costruita su terreni confiscati a Giovanni Brusca e affidati nel 2002 alla cooperativa Placido Rizzotto-LiberaTerra)

Chi è Placido Rizzotto?

 

Nato a Corleone, 1948. Aveva 34 anni. Il sindacalista comunista Placido Rizzotto scompare misteriosamente nella notte del 10 marzo. Il giovane, da bambino, ha assistito all'arresto del padre da parte dei carabinieri, ingiustamente accusato di associazione a delinquere.

Durante la seconda Guerra Mondiale si trovava con l'esercito nel Nord Italia e dopo l '8 settembre dei 1943 scelse di unirsi ai partigiani. Testimone impotente di alcuni eccidi, scampato alla violenza della guerra, torna nella sua terra natale alla fine della seconda guerra mondiale. L'aver partecipato alla Resistenza aveva profondamente cambiato Placido Rizzotto che non poteva accettare la realtà corleonese fatta da pochi padroni terrieri, dai loro servi mafiosi e da moltissimi contadini in miseria, in una Corleone del dopoguerra ancora inevitabilmente regolata dall'incontrastabile legge del potere mafioso. Negli anni della guerra ha maturato una forte coscienza sociale e non può guardare inerte le ingiustizie che stanno accadendo nella sua comunità né tollerare l'appropriazione delle terre da parte della mafia e l'assunzione dei lavoratori per motivi esclusivamente nepotistici. Diviene sindacalista e cerca di organizzare i lavoratori per spingerli a vincere la paura e a resistere alle tirannie. Li spinge a occupare le terre e a distribuire a famiglie di contadini onesti quelle tenute incolte dalla mafia. La mafia non tarda a reagire, intimidisce i suoi compagni e lo isola in ogni modo. Entra in conflitto anche con Lia, la ragazza che ama.

Rizzotto non recede di un passo dai propri principi e dalla propria battaglia preferendo affrontare con coraggiosa determinazione un tragico destino, continua la sua battaglia, diventando a fatica Segretario della Camera del Lavoro della città; impegnato a sostenere i contadini nella lotta per l'occupazione delle terre, organizzava gli stessi ad occupare le terre dei boss locali, mettendosi a capo del movimento contadino per l'occupazione delle terre. Era nel mirino di mafia e padroni:Placido aveva osato sfidare i boss mafiosi locali.

Il giovane da subito si oppone al sistema malsano di assegnazione dei lavori e delle terre, cercando di guidare la forza propositiva della gente a combattere la mentalità delle minacce e del terrore. Si batte per l'applicazione dei "Decreti Gullo'" che prevedevano l'obbligo di cedere in affitto alle cooperative contadine le terre incolte o malcoltivate dai proprietari agrari. Ancora una volta furono organizzati scioperi e rivolte. E ancora una volta ci furono violenti scontri tra mafiosi e contadini. Uno dei feudi che vengono assegnati alle cooperative agricole è quello di Strasatto dove comandava un giovane mafioso che diventerà tristemente famoso: Luciano Liggio. Tra Rizzotto e Liggio c'era già stato uno scontro che era finito male per il mafioso, il quale, si era ritrovato appeso all'inferriata della Villa comunale. Ovviamente tra i due non correva buon sangue.

 A questo punto i padroni, i mafiosi e alcuni "pezzi" dello Stato decidono di farla finita una volta per tutte con questi "sovversivi". Il primo maggio del 1947 cominciarono a seminare terrore con la strage di Portella delle Ginestre e negli anni successivi catturano e uccidono sistematicamente tutti i capi sindacali che osavano mettersi loro contro. In questo spezzato di vita sociale,  accanto a Placido vivono una serie infinita di piccoli uomini dalle mani sporche di terra e Lia, la giovane donna che si innamora di lui e che con lui sogna, che per lui subisce uno "zio" insidioso, che dopo di lui fugge da quella terra che le ha tolto ogni speranza e ogni coraggio. Nonostante gli avvertimenti della sua famiglia, e le attenzioni dei suoi fedelissimi collaboratori, Rizzotto non riesce a sottrarsi a una sorte che sembra quasi scontata.

 La sera del 10 maggio del 1948 viene sequestrato e ucciso Placido Rizzotto, scompare nel nulla e il suo corpo non fu mai ritrovato. La morte del sindacalista sconvolge tutta l'Italia democratica. La CGIL proclama uno sciopero generale contestando violentemente l' allora capo del Governo Mario Scelba.

 In questa realtà si intrecciano le vite di tanti personaggi che scriveranno, nel bene e nel male, la storia della seconda metà del Novecento: il giovane universitario Pio La Torre che sostituisce Rizzotto alla guida dei contadini corleonesi e che subirà la sua stessa tragica sorte; l'allora capitano Carlo Alberto dalla Chiesa, capo delle indagini sulla morte di Rizzotto, Generale ucciso in un attentato nel 1982; Luciano Liggio, mandante dell'omicidio di Placido Rizzotto, che diventerà uno dei più potenti boss della mafia siciliana. Le indagini, condotte dall'allora capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, porteranno all'arresto di Luciano Liggio, uno degli assassini di Rizzotto, e porteranno anche  alla ribalta  dei due suoi fedelissimi luogotenenti: Totò Riina e Bernardo Provenzano, oltre che  al ritrovamento dei miseri resti del sindacalista. La settimana prima della scomparsa di Placido Rizzotto, sulle Madonie, era stato assassinato il sindacalista  Epifanio Li Puma.  Un mese prima, a Camporeale, era stato ucciso il presidente della Camera del Lavoro di Camporeale Calogero Cangelosi.

Francesca, la moglie di Calogero Cangelosi, nonostante i suoi 94 anni, non ha mai dimenticato quanto accadde…. non ha dimenticato  che tennero in casa il corpo del marito morto per ben quattro giorni, fino a quando il magistrato non si decise a recarsi da Trapani a Camporeale il sopralluogo di rito. E non riesce a dimenticare che il parroco del paese non voleva nemmeno autorizzare la celebrazione dei funerali in chiesa. «Ma mio marito era socialista, non era comunista!», dovette dirgli Francesca per convincerlo. Conserva ancora la sua cravatta piena dei buchi dei proiettili. E non è disposta a perdonare. «Come si può perdonare… forse il Signore può perdonare», ha detto alla scrittrice, che ha inserito l’intervista nel volume «Felicia e le sue sorelle» (Ediesse, Roma, 2005). Ma attingiamo ancora ad altri "fotogrammi" dei ricordi di Francesca. «Legge non ne hanno fatta. Il processo per mio marito non l’hanno fatto! Io sono andata al mio paese, dalla legge, e ci ho detto così: "A mio marito lo hanno ucciso e io voglio giustizia!". Mi rispose il maresciallo: "Signora, se ne vada a casa, a noi non si comanda! Comanda la mafia! A chi ha ucciso suo marito gli hanno dato quattro tumuli di frumento».<< Quattro tumuli di frumento per ammazzare una persona! Allora io, non contenta, con i miei fratelli…andai ad Alcamo a ripetere la stessa cosa: "Voglio la legge, che a mio marito l’hanno ucciso!". La stessa cosa che a Camporeale: "Signora, a noi si comanda. Comandano loro, la mafia! Suo marito l’hanno ucciso per quattro tumuli di frumento". Come mi dissero al mio paese, mi dissero ad Alcamo». Non c’era legge e non c’era giustizia, allora, nei paesi del feudo, dominati dagli agrari e dalla mafia. E nessuno pagò per il delitto Cangelosi. Né il capomafia di Camporeale, Vanni Sacco, né il grosso proprietario terriero don Serafino Sciortino, di cui Cangelosi era mezzadro. «Un giorno – ha raccontato ancora Francesca – lo chiama uno - io ero davanti la porta, seduta al sole con mio marito - e gli dice: "Calogero, ti vuole parlare don Serafino, ma non passare nella strada principale, vieni dalla campagna».  Ed io ho detto a mio marito: "Ma che cosa vuole questo?". Io allattavo la bambina piccola, che aveva tre mesi. Mio marito avvisò tutti i compagni del Partito socialista, della sezione.  Mio marito tardava e i compagni stavano in pensiero. Allora tutti armati di scopette [fucili] andarono in questa casa di campagna a cercare mio marito e arrivati bussarono: "Noi vogliamo Cangelosi!". E quelli risposero che Cangelosi non c’era. "Non c’è? Chissà cosa succederà!?". E mentre i compagni aspettavano, lì, sotto il portone, dentro le stanze c’erano i mafiosi... "Se tu ti levi dal partito ti mandiamo in America, l’America Argentina, o se vuoi ti facciamo la cavalla, se tu abbandoni la politica". Ma mio marito rinunciò a questa offerta… Erano tutti dentro le stanze, i mafiosi, e chiamarono don Serafino. Mio marito me lo raccontò dopo. Intanto i compagni della sezione lo aspettavano. "Mandate Cangelosi, altrimenti succederanno cose brutte stasera!". Il proprietario di questo appartamento fece uscire la moglie. Chissà che dovevano fare! Ma quando lui capì, fece chiamare la moglie e fecero andare fuori mio marito, nella campagna. Ma se non usciva, avevano pronta una macchina per portarlo via come Rizzotto… Questo è avvenuto quattro giorni prima che l’uccidessero», ricorda Francesca.

I nomi che qui abbiamo riportato sono solo alcuni di una lunga serie di sindacalisti, capi contadini e semplici lavoratori che caddero  sotto il piombo della mafia del feudo, alla vigilia delle elezioni politiche del 18 aprile '48.

 

 

 

 

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA MEMORIA SACRA DI PORTELLA DELLA GINESTRA

1°MAGGIO 1947

 

 

 

1.     Margherita Clesceri

2.     Giorgio Cusenza

3.     Giovanni Megna (18 anni)

4.     Giovanni Grifò (12 anni)

5.     Vincenza La Fata (8 anni)

6.     Giuseppe Di Maggio (7 anni)

7.     Filippo Di Salvo

8.     Francesco Vicari

9.     Castrenze Intravaia (18 anni)

10. Serafino Lascari (15 anni)

11. Vito Allotta (19 anni)

 

LA STRAGE DI PORTELLA DELLA GINESTRA

 

Portella della Ginestra è una località in provincia di Palermo, situata nei pressi della Piana degli Albanesi. È nota per essere stata teatro della strage di Stato del 1º maggio 1947. Sul luogo della tragedia ora sorge un memoriale, costituito da numerose iscrizioni incise su pietre di grandi dimensioni, poste attorno al "sasso di Barbato", che prende il nome da Nicola Barbato, che fu fra i fondatori dei Fasci siciliani.

 Il 1 maggio 1947, nell'immediato dopoguerra, si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, spostata al 21 aprile durante il regime fascista. Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza contadini, si riunirono nella vallata di Portella della Ginestra, nei pressi di Palermo, per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte, e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana, svoltesi il 20 aprile di quell'anno e nelle quali la coalizione PSI- PCI aveva conquistato 29 rappresentanti (con il 29% circa dei voti) contro i soli 21 della DC (crollata al 20% circa).

 

Sulla gente in festa partirono dalle colline circostanti delle raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti (9 adulti e 2 bambini) e 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate. La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler “soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori”.

Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare materialmente erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano, colonnello dell'E.V.I.S.. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento ad "elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali". Nel 1949 Giuliano scrisse una lettera ai giornali, in cui affermava lo scopo politico della strage. Questa tesi fu smentita dall'allora ministro degli Interni Mario Scelba.

Nel 1950, il bandito Giuliano fu assassinato dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta, il quale morì avvelenato in carcere quattro anni più tardi, dopo aver affermato di voler rivelare i nomi dei mandanti della strage. Attualmente vi sono forti dubbi sul fatto che Pisciotta fosse l'autore dell'omicidio

Sul movente dell'eccidio furono formulate alcune ipotesi già all'indomani della tragedia. Il 2 maggio 1947 il ministro Scelba intervenne all' Assemblea Costituente, affermando che dietro all'episodio non vi era alcuna finalità politica o terroristica, ma che doveva essere considerato un fatto circoscritto, e identificò in Salvatore Giuliano e nella sua banda gli unici responsabili. Il processo di Viterbo del 1951 (dapprima istituito a Palermo, poi spostato per legittima suspicione) si concluse con la conferma di questa tesi: con il riconoscimento della colpevolezza di Salvatore Giuliano (morto il 5 luglio 1950, ufficialmente per mano del capitano Antonio Perenze) e con la condanna all'ergastolo di Gaspare Pisciotta e di altri componenti la banda. Pisciotta durante il processo, oltre ad attribuirsi l'assassinio di Giuliano, lanciò pesanti accuse sui presunti mandanti politici della strage. « Coloro che ci avevano fatto le promesse si chiamavano così: il deputato DC Bernardo Mattarella, il principe Alliata, l'onorevole monarchico Marchesano e anche il signor Scelba… Furono Marchesano, il principe Alliata, l'onorevole Mattarella a ordinare la strage di Portella… Dopo le elezioni del 18 aprile 1948, Giuliano mi ha mandato a chiamare e ci siamo incontrati con Mattarella e Cusumano; l'incontro tra noi e i due mandanti è avvenuto in contrada Parrini, dove Giuliano ha chiesto che le promesse fatte prima del 18 aprile fossero mantenute. I due tornarono allora da Roma e ci hanno fatto sapere che Scelba non era d'accordo con loro, che egli non voleva avere contatti con i banditi.  »

La seconda ipotesi fu quella sostenuta da Girolamo Li Causi in sede parlamentare, dalle forze di sinistra e dalla CGIL, secondo la quale il bandito Giuliano era solo l'esecutore del massacro: i mandanti, gli agrari e i mafiosi, avevano voluto lanciare un preciso messaggio politico all'indomani della vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni regionali.  In seguito ai riscontri emersi dal processo, diversi parlamentari socialisti e comunisti denunciarono i rapporti tra esponenti delle istituzioni, mafia e banditi. Intervenendo alla seduta della Camera dei deputati del 26 ottobre 1951, lo stesso Li Causi affermava:« Tutti sanno che i miei colloqui col bandito Giuliano sono stati pubblici e che preferivo parlargli da Portella della Ginestra nell'anniversario della strage. Nel 1949 dissi al bandito: "ma lo capisci che Scelba ti farà ammazzare? Perché non ti affidi alla giustizia, perché continui ad ammazzare i carabinieri che sono figli del popolo come te?". Risposta autografa di Giuliano, allegata agli atti del processo di Viterbo: "Lo so che Scelba vuol farmi uccidere perché lo tengo nell'incubo di fargli gravare grandi responsabilità che possono distruggere la sua carriera politica e finirne la vita". È Giuliano che parla. Il nome di Scelba circolava tra i banditi e Pisciotta ha preteso, per l'attestato di benemerenza, la firma di Scelba; questo nome doveva essere smerciato fra i banditi, da quegli uomini politici che hanno dato malleverie a Giuliano. C'è chi ha detto a Giuliano: sta tranquillo perché Scelba è con noi; Tanto è vero che Luca portava seco Pisciotta a Roma, non a Partinico, e poi magari ammiccava: hai visto che a Roma sono d'accordo con noi? »

Opinioni recenti

In tempi più prossimi la tesi delle collusioni ad altissimo livello, fino al capolinea del Quirinale, è stata assunta e rilanciata da Sandro Provvisionato, in Misteri d'Italia (Laterza 1994), e da Carlo Ruta, il quale nel prologo de Il binomio Giuliano Scelba (Rubbettino 1995)scrive: « Sugli scenari che si aprirono con Portella della Ginestra, alcuni quesiti rimangono aperti ancora oggi: fino a che punto quegli eventi tragici videro realmente delle correità di Stato? E quali furono al riguardo le effettive responsabilità, dirette e indirette, di taluni personaggi chiamati in causa per nome dai banditi e da altri? Fra l'oggi e quei lontani avvenimenti vige, a ben vedere, un preciso nesso. Nel pianoro di Portella venne forgiato infatti un peculiare concetto della politica che giunge in sostanza sino a noi. »

Una tesi recente

Una tesi più grave, recente, attribuisce invece la strage ad una coincidenza di interessi tra i post-fascisti legati alla Xª Flottiglia MAS di Junio Valerio Borghese, i servizi segreti USA (preoccupati dell'avanzata socialista - comunista in Italia) ed i latifondisti siciliani Non vi sono tuttavia prove.

« I rapporti desecretati dell’Oss e del Cic (i servizi segreti statunitensi della Seconda Guerra Mondiale), che provano l’esistenza di un patto scellerato in Sicilia tra la cosiddetta “banda Giuliano” e le forze paramilitari del fascismo di Salò (in primis, la Decima Mas di Junio Valerio Borghese e la rete eversiva del principe Pignatelli nel meridione) sono il risultato di una ricerca promossa e realizzata negli ultimi anni da Nicola Tranfaglia  (Università di Torino), dal ricercatore indipendente Mario J. Cereghino e da chi scrive. »

(da Edscuola, Dossier a cura del prof. Giuseppe Casarrubea ).

« Il Giuliano allora si è avvicinato a me chiedendomi dove fosse mio fratello. Ho risposto che si trovava in paese con un foruncolo. Egli allora mi ha detto: 'E' venuta la nostra liberazione'. Io ho chiesto: -E qual è?- Ed egli di rimando mi disse: 'Bisogna fare un'azione contro i comunisti: bisogna andare a sparare contro di loro, il 1° maggio a Portella della Ginestra. Io ho risposto dicendo che era un'azione indegna, trattandosi di una festa popolare alla quale avrebbero preso parte donne e bambini ed aggiunsi: 'Non devi prendertela contro le donne ed i bambini, devi prendertela contro Li Causi e gli altri >> (Dichiarazione di Gaspare Pisciotta)

 

Non fu mai possibile dimostrare la veridicità di questo scenario, tramite testimonianza diretta, perché Giuliano fu ucciso nel 1950. Il probabile assassino, il suo luogotenente Gaspare Pisciotta, venne a sua volta ucciso nel 1954, avvelenato in carcere con della stricnina nel caffè, dopo aver preannunciato rivelazioni sulla strage. Sosteneva di aver ucciso Giuliano dietro istruzioni del Ministro dell'Interno Mario Scelba e di aver raggiunto un accordo con il colonnello Ugo Luca, comandante delle forze anti banditismo in Sicilia, di collaborare, a condizione che non fosse condannato e che Luca sarebbe intervenuto in suo favore qualora fosse stato arrestato.

« Il nominato Gaspare Pisciotta di Salvatore e di Lombardo Rosalia, nato a Montelepre il 5 marzo 1924, si sta attivamente adoperando - come da formale assicurazione fornitami nel mio ufficio in data 24 giugno c. dal colonnello Luca - per restituire alla zona di Montelepre e comuni vicini la tranquillità e la concordia, cooperando per il totale ripristino della legge. »

(stralcio dell'attestato di benemerenza rilasciato al bandito Gaspare Pisciotta

a firma del ministro Mario Scelba)

(foto 28 Piana degli Albanesi- Portella della Ginestra)

 

 

 

 

“IL MIO CUORE

DOPO TANTI ANNI

E’ A PORTELLA

NELLA PIETRA

NEL SANGUE

DEI COMPAGNI AMMAZZATI”

 

 

 

 

 

I SOPRAVVISSUTI DI PORTELLA DELLA GINESTRA

TESTIMONIANZA DI SCHIRO’ GIACOMO E NICOSIA MARIO

Giacomo, 80 anni, racconta della prima guerra mondiale quando la fame imperversava nelle loro case. La gente onesta e povera non aveva cibo mentre quelli vicino alla mafia non avevano problemi. Alla fine della prima guerra mondiale, il dottor Nicola Barbato istituì la festa del  1°maggio a Portella. La festa si celebrò per tre anni e poi scoppiò il fascismo.  Giacomo aveva 6 anni, iniziò ad andare a scuola e contemporaneamente si recava in campagna per lavorare. Nel 1943 la guerra finì e quelli che ne erano tornati vivevano di stenti, solo i signori agrari vivevano bene perché vendevano il grano a caro prezzo. La povera gente per sopravvivere cominciò a contrabbandare il grano , tra questi si distinse un tale di nome Giuliano che, in poco tempo, divenne bandito e cominciò a fare razzia e a rubare il grano; uccideva per lo più esponenti delle Istituzioni, da lui ritenute colpevoli di quanto accadeva.

 Il 1°maggio 1947 Giacomo si era recato a Portella con suo nonno , quando udì gli spari si precipitò verso di lui e cercò di salvarlo, intimandogli di lasciare cadere la bandiera rossa che sventolava in aria ma invano, il nonno aveva custodito la sua bandiera di partito sotto il letto per ben vent’anni e non certo l’avrebbe abbandonata ora. Gli spari continuavano, erano quelli di una mitragliatrice a tre piedi, si distinguevano per il loro rumore. <<Non ricordo più nulla di quel momento, solo grida umane e i nitriti doloranti dei cavalli che, ancora oggi, mi risuonano nella mente>>. Un consiglio che Giacomo ci ha dato è stato quello di studiare perché la scuola ti permette di valutare la vita con occhi diversi e non ti rende emarginato dai potenti, quasi sempre superiori anche per cultura. Si chiede se, ai tempi della strage, lui avesse posseduto più cultura, come avrebbe reagito?Avrebbe potuto documentare la sua verità? Oggi ringrazia noi perché siamo andati a cercarlo, perché ne tramandiamo la memoria. 

Mario fa fatica a ricordare quel giorno, ne soffre ancora ma nonostante ciò ci regala una riflessione sui diritti sanciti dalla Costituzione che nulla può invidiare alle lezioni di un cattedratico universitario. Anche Mario, come  Giacomo, comincia il suo racconto dal 1918, anno in cui ci fu l’invasione delle terre incolte da parte dei contadini, anche lui rivive gli anni della dittatura fascista, i soprusi sociali a cui la povera gente dovette sottostare, la sofferenza dell’emigrazione. Il suo consiglio è quello non accettare soldi senza lavoro e di studiare poiché la scuola è una grande conquista di cui godiamo noi generazioni contemporanee. Mario ci rammenta che noi siamo debitori alla sua generazione di ben 5 conquiste:

La Repubblica

La Costituzione

La Libertà

La scuola

Il voto alle donne

L’incontro si conclude con questa riflessione e con grande emozione da parte di tutti. Siamo in debito con loro.  

 

 

 

 

(Foto 29 Casa del Popolo- I sopravvissuti di Portella e il gruppo)

 

Mario e Giacomo ci hanno chiesto di scrivere una lettera al Presidente della Repubblica e di chiedergli di venire a Portella per celebrare la morte e la memoria di quanti sono morti nel 1947 , nessuna carica dello Stato lo hai mai fatto. Ancora una volta si è lasciati soli e si è uccisi due volte. Ci impegniamo ad esaudire il desiderio di Mario e Giacomo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Mantova; 21 ottobre 2009

 

Carissimo Presidente,

siamo un gruppo di studenti  mantovani che desiderano sottoporLe un invito da parte di alcuni cittadini siciliani a seguito di un’esperienza significativa che abbiamo fatto alcune settimane fa.

Lo scorso mese di settembre, e precisamente da lunedì 7 a venerdì 11,  accompagnati da due nostre insegnanti abbiamo effettuato un “Viaggio della memoria, della legalità e della cittadinanza responsabile”  nella Sicilia Occidentale.

Questa esperienza ha rappresentato la tappa conclusiva del  Progetto Legalità, realizzato nell’a.s. 2008/2009, dall’Istituto Professionale Superiore  “Bonomi-Mazzolari” di Mantova  in collaborazione con l’Amministrazione Provinciale.

        

Le emozioni vissute in Sicilia ci hanno fatto riflettere sulla possibilità di condividere con altri la nostra bellissima esperienza e, in questi giorni, con la collaborazione delle insegnanti che ci hanno accompagnati e il contributo dell’Amministrazione Provinciale, stiamo ultimando il nostro “diario di bordo”: si tratta di un breve testo che racconta dettagliatamente le tappe del viaggio, che fa memoria di alcune persone, che con ruoli e compiti diversi si sono impegnati per far si che i principi sanciti nella nostra Carta Costituzionale venissero realizzati all’interno dei loro territori e che per questo motivo sono stati spesso uccisi. Questo breve testo dà l’opportunità di   conoscere tante persone straordinarie, giovani e meno giovani, che ancora oggi continuano ad impegnarsi in nome della legalità, della giustizia e della solidarietà, per migliorare la qualità della vita della Sicilia (i giovani delle cooperative di LiberaTerra,  i ragazzi e i commercianti di AddioPizzo, le associazioni che si occupano del recupero dei bambini che vivono in condizioni di abbandono, i famigliari di alcune vittime della mafia). Questo diario, ricco di testimonianze, intendiamo offrirlo a tutti i soggetti coinvolti nel processo educativo e formativo degli studenti mantovani: docenti, alunni, famiglie, istituzioni ed enti esterni.

Questo straordinario viaggio in Sicilia ci ha aiutati ad aprire gli occhi su alcune realtà significative del nostro Paese e a  diventare  consapevoli dell’importanza di essere cittadini attivi e responsabili, di essere sempre più attenti e solidali nei confronti dei soggetti più deboli, per  riuscire a  costruire insieme una società migliore: più giusta, solidale  e libera  dalle mafie, dove ogni cittadino possa veder riconosciuti i propri diritti fondamentali.

Cogliamo l’occasione della sua partecipazione all’apertura dei lavori di “Contromafie” per farle avere, unitamente a questa lettera, la bozza del nostro “Diario di bordo”.

Il secondo motivo che ci ha spinti a disturbarLa è dovuto al fatto che ci sentiamo debitori nei confronti di due persone anziane che, nonostante le loro precarie condizioni di salute,  hanno accettato di incontrarci per portarci la loro testimonianza di vita. Ci riferiamo all’incontro con Giacomo Schirò e Mario Nicosia, due sopravvissuti di PORTELLA DELLA GINESTRA.

Dal Diario di Bordo: “Giacomo, 80 anni, racconta della prima guerra mondiale quando la fame imperversava nelle loro case. La gente onesta e povera non aveva cibo, mentre quelli che collaboravano con la mafia non avevano problemi. Alla fine della prima guerra mondiale, il dottor Nicola Barbato istituì la festa del  1°maggio a Portella. La festa si celebrò per tre anni e poi iniziò il fascismo.  Giacomo aveva 6 anni, iniziò ad andare a scuola e contemporaneamente si recava in campagna per lavorare. Nel 1943 la guerra finì e quelli che ne erano tornati vivevano di stenti, solo i signori agrari vivevano bene perché vendevano il grano a caro prezzo. La povera gente per sopravvivere cominciò a contrabbandare il grano: tra questi si distinse un tale di nome Giuliano che, in poco tempo, divenne bandito e cominciò a fare razzia e a rubare il grano; uccideva per lo più esponenti delle Istituzioni, da lui ritenute colpevoli di quanto accadeva.

 Il 1°maggio 1947 Giacomo si era recato a Portella con suo nonno , quando udì gli spari si precipitò verso di lui e cercò di salvarlo, intimandogli di lasciare cadere la bandiera rossa che sventolava in aria ma invano. Il nonno aveva custodito la sua bandiera di partito sotto il letto per ben vent’anni e di  certo non l’avrebbe abbandonata ora. Gli spari continuavano, erano quelli di una mitragliatrice a tre piedi, si distinguevano per il loro rumore. Non ricordo più nulla di quel momento, solo grida umane e i nitriti doloranti dei cavalli che, ancora oggi, mi risuonano nella mente.”

Un consiglio che Giacomo ci ha dato è stato quello di studiare perché la scuola ti permette di valutare la vita con occhi diversi e non ti rende emarginato dai potenti, quasi sempre superiori anche per cultura. Giacomo si chiede se, ai tempi della strage, lui avesse avuto più cultura, come avrebbe reagito? Avrebbe potuto documentare la sua verità? Oggi ringrazia noi perché siamo andati a cercarlo, perché ne tramandiamo la memoria. 

Mario fa fatica a ricordare quel giorno, ne soffre ancora ma nonostante ciò ci regala una riflessione sui diritti sanciti dalla Costituzione, che nulla può invidiare alle lezioni di un cattedratico universitario. Anche Mario, come  Giacomo, comincia il suo racconto dal 1918, anno in cui ci fu l’invasione delle terre incolte da parte dei contadini; anche lui rivive gli anni della dittatura fascista, i soprusi sociali a cui la povera gente dovette sottostare, la sofferenza dell’emigrazione. Il suo consiglio è quello di  non accettare soldi senza lavoro e di studiare poiché la scuola è una grande conquista di cui godiamo noi generazioni contemporanee. Mario ci rammenta che noi siamo debitori alla sua generazione di ben 5 conquiste:

La Repubblica,  La Costituzione,  La Libertà,  La scuola,  Il voto alle donne.

L’incontro si conclude con questa riflessione e con grande emozione da parte di tutti.

E ora noi siamo in debito con loro:  Mario e Giacomo ci hanno chiesto di scriverLe, a nome loro,  una lettera e di chiederLe di andare  a Portella per celebrare la morte e la memoria di quanti sono morti nel 1947. Con amarezza infatti ci hanno informati che mai nessuna Carica dello Stato lo ha fatto.

E anche questa testimonianza, unitamente alle altre che abbiamo conosciuto direttamente ci conferma che: “Ancora una volta si è lasciati soli e si viene così  uccisi due volte.”

Siamo certi che Lei farà il possibile per non far sentire più soli questi testimoni di giustizia e tutti i siciliani onesti.

Con stima e gratitudine, alcuni studenti dell’Istituto Professionale “Bonomi-

Mazzolari” di Mantova e le insegnanti accompagnatrici

Marilena Paolino e Maria Regina Brun

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 L’AGRITURISMO PORTELLA DELLA GINESTRA

L'agriturismo Portella della Ginestra sorge e pochi chilometri da Palermo, in un'oasi immersa nello splendido scenario della valle dello Jato; promuove il rispetto della cultura e del territorio all'insegna del mangiar sano. Tra le mura dell'antica masseria è possibile assaporare i cibi della tradizione siciliana, i prodotti agroalimentari, frutto del lavoro sulle terre confiscate alla mafia e non solo. Offrendo ai suoi ospiti la possibilità di pernottare, l'agriturismo si propone come inedito punto di riferimento dell'entroterra palermitano. L’ideale per affascinanti escursioni tra le innumerevoli attrazioni culturali, ambientali e sociali del territorio. Annesso all'agriturismo è a disposizione degli ospiti il Centro Ippico "Giuseppe Di Matteo", anch'esso realizzato su terre confiscate alla mafia.

 

CORLEONE

 

Ha origini molto antiche risalenti alla prima fase del neolitico nel sesto millennio a.c.. Oggi conserva in parte il suo aspetto medievale, arricchito da uno scenario naturale di bellezze paesaggistiche incontaminate (bosco della Ficuzza, Gole del Drago, i faraglioni etc.).

Città natia di molti personaggi che hanno segnato la storia della mafia e dell’antimafia, è il luogo ideale per ripercorrere tale storia e per conoscere, grazie alle varie testimonianze, la vita di Placido Rizzotto, sindacalista e segretario della Camera del Lavoro, ucciso il 10 Marzo del 1948 perché aveva osato sfidare i boss mafiosi locali.

Presso Corleone è attivo il museo CIDMA "Centro Internazionale di Documentazione sulle Mafie e del Movimento Antimafia", una onlus che ha lo scopo di promuovere lo studio del fenomeno mafioso e dei fenomeni criminali affini, nonché della storia del movimento antimafia e delle singole personalità che lo hanno contraddistinto.

L’obiettivo è diffondere e consolidare la conoscenza e di sensibilizzare la società civile in merito

alla necessità di contrastare tale fenomeno.

 

 

 

 

 

 

VISITA AL CIDMA

 

 

Il C.I.D.M.A. viene inaugurato il 12 dicembre del 2000, alla presenza delle massime autorità dello Stato, tra cui il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e del Vice-Segretario Generale delle Nazioni Unite prof. Pino Arlacchi, in rappresentanza del Segretario Generale Kofi Annan.

Cultura, Progresso e Legalità sono gli obiettivi che il Centro si propone di perseguire
Il C.I.D.M.A. è a Corleone, centro della Sicilia occidentale da tempo tristemente associata al fenomeno mafioso.
Noto in tutto il mondo per aver dato i natali ad alcuni tra i più pericolosi boss di Cosa Nostra, Corleone sta cercando di affrancarsi dalla pesante ‘etichetta’ di “capitale della mafia” in quanto paese ricco di storia, cultura, tradizioni, risorse naturali ed artistiche.
Il riscatto della cittadina, per quanto difficile, dovrà essere perseguito puntando sulla cultura della legalità.

COSA  PROPONE

v     “Stanza dei faldoni” del MAXI-PROCESSO

v     Sala “Cataldo Naro”

v     “Stanza del dolore”

v     Sala “Carlo Alberto Dalla Chiesa”

 

 

 

 

 

 

               
Stanza dei faldoni del MAXI-PROCESSO
“La stanza dei faldoni” custodisce i documenti del Maxi – Processo, che ha segnato una tappa fondamentale nella lotta contro Cosa Nostra.
Donati a Corleone dalla Camera Penale del Tribunale di Palermo per l’inaugurazione del Centro, sono testimonianza del lavoro di magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che hanno pagato con la vita il loro impegno nella lotta contro la mafia.
Tra i faldoni le dichiarazioni rilasciate dal noto pentito Tommaso Buscetta al giudice Falcone.

 

 

(foto 30 I faldoni del maxiprocesso)

 

 

 

 

 

Sala “Cataldo Naro”
E’ possibile osservare delle foto di Letizia Battaglia, nota fotografa siciliana, che ha avuto il coraggio di andare sul posto per immortalare tragici omicidi mafiosi: la fotografa è riuscita a cogliere particolari significativi, che rendono i suoi scatti veri e propri documenti del modo di agire della mafia negli anni ’70 - ’80.
Le diverse posizioni dei corpi permettono di ricostruire la strategia comunicativa della mafia.

 

In ricordo del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito di mafia, Santino Di Matteo. Giuseppe venne strangolato da Giovanni Brusca e poi il suo corpo fu sciolto nell’acido

Sembra un ragazzino Giuseppe Monticciolo, il mafioso che racconta di essere stato incaricato da Giovanni Brusca di “risolvere il problema del bambino”

 <<Lo chiamavano ‘u canuzzu’, ma non era un vezzeggiativo. Non era un modo amorevole per indicare un cucciolo. No, il piccolo Giuseppe Di Matteo aveva fatto la fine che fanno i ‘canuzzi’in campagna: legati al collare, picchiati e poi ammazzati. Lo abbiamo ucciso, il piccolo Giuseppe, forse perché era diventato un problema, ancor di più quando lo avevamo preso e tenuto prigioniero nella speranza di convincere il padre, il pentito Santino Di Matteo, a ritirare tutte le accuse che aveva rivolto contro Giovanni Brusca, contro Totò Riina e Leoluca Cagarella. E contro tutta la mafia. Più di due anni era durata la sua prigionia e per tutto quel tempo il padre aveva resistito e tenuto duro, continuando a collaborare coi giudici. Ecco perché Giuseppe alla fine era un problema: perché sulla sua pelle si giocava l’immagina di Cosa nostra e dei suoi capi. Fu Brusca a ordinare di “affocarlo” con la corda e poi sciogliere il corpo nell’acido. Era andato fuori di testa il boss: gelido a tal punto da essere stato prescelto per premere il pulsante assassino che mise fine alla vita di Giovanni Falcone, della moglie e della scorta. Non ragionava più. Non c’era verso di fargli capire che l’uccisione del bambino sarebbe stato un terribile boomerang per tutte le “famiglie”.Era come accecato. E così pronunciò quell’ordine che, una volta emesso, nessuno più poteva raddrizzare senza correre il rischio di rimetterci la pelle. Così, mentre tutti restavamo prigionieri della paura, il piccolo Giuseppe scivolava verso una fine ingiusta e terribile. Ci credevamo immortali e potenti, noi uomini corleonesi. Avevamo messo nel conto di poter cambiare in nostro favore anche le sventure più grandi. E per fermare il pentito Di Matteo abbiamo scelto il ricatto più ignobile, prendergli il figlio. Così credevamo di aver risolto il problema ma invece andò a finire che quel bambino morto ammazzato, un bimbo, sconfisse la mafia. Fu peggio di una sconfitta militare, perché Cosa nostra perse la faccia e il rispetto della gente>>.


“Stanza del dolore”
La stanza ospita una mostra permanente di Shobha, figlia di Letizia Battaglia, che ha seguito le orme della madre mettendo in risalto con i suoi scatti lo sgomento, il sentimento di impotenza, la disperazione provati da chi ha perso qualcuno a causa della mafia.
Nella sala sono esposte anche fotografie di Letizia Battaglia che documentano delitti di mafia, colti nella loro drammatica crudezza.
L’accostamento permette di cogliere le relazioni di causa-effetto che intercorrono tra i delitti e le conseguenze che essi producono nella vita delle famiglie colpite e dell’intera comunità.

 

Sala “Carlo Alberto Dalla Chiesa”
Dedicata al Generale Dalla Chiesa, la sala ospita le foto di alcuni dei principali boss della mafia, cui sono affiancate quelle di alcuni grandi uomini di giustizia, che hanno combattuto con tenacia la criminalità organizzata.
Il percorso inizia nella sala di attesa, dove sono esposte alcune foto di Shobha Battaglia che ritraggono i fasti dell’aristocrazia siciliana, in netto contrasto con le altre immagini di cui si prenderà visione.


 l’arresto di Leoluca Bagarella

  l’arresto di Bernardo Provenzano

 

 

 

Vito Ciancimino al processo

 

INCONTRO CON AGOSTINO E AUGUSTA

 

LETTERA DI UNA MADRE di Augusta Schiera Agostino

Dedicata a tutte le mamme che soffrono in silenzio

 

 

… Vi parlerò di una famiglia che non esiste più perché il 5 agosto 1989 qualcuno che ancora non ha né un volto né un nome ha deciso di uccidere mio figlio Nino, agente scelto della Polizia di Stato,  sposato da poco con Ida Castelluccio, una bellissima ragazza di appena 19 anni.

Proprio quel giorno mia nuora aveva saputo di aspettare un bambino… e quel giorno li hanno uccisi e se ne sono andati….In 3 hanno distrutto la famiglia di mio figlio. Sono passati diversi anni da allora, durante i quali io ho assistito impotente alla distruzione della mia famiglia, anche perché l’uccisione di mio figlio Nino ha provocato la “dissociazione” nell’altro mio figlio maschio, Salvatore, il quale dopo la morte del fratello si è chiuso in se stesso rifiutandosi di avere contatti con il resto del mondo, perché ha paura di dover soffrire ancora; infatti, quando mi vede uscire mi dice: “mamma non uscire, fuori c’è la mafia, vedi io sono tranquillo nella mia stanza; nessuno può farmi del male qui”.

Quando dice questo mi sento morire e penso che prima del 5 agosto 1989 io ero felice nella mia casa, con mio marito e i miei 4 figli, e adesso non mi è rimasto quasi più niente. Mi hanno tolto Nino, Ida, il loro bambino e infine mio figlio Salvatore. Quattro vittime di un sistema corrotto…..

 

Nella mia solitudine e nel mio immenso dolore ho trovato la forza di uscire fuori di casa, partecipare alle manifestazioni contro la mafia, ho conosciuto tante persone che soffrono quanto me, come ad esempio i famigliari degli agenti di scorta dei giudici G. Falcone e P. Borsellino. Ho cercato di stare loro vicini  perché so che da soli si rischia di diventare pazzi…

 

In Sicilia molta gente si è ribellata alla mafia. E’ scesa in piazza per dire basta! Noi non vogliamo più stragi! Tutte queste persone non mi conoscevano, ma saputa la mia storia mi sono stati vicini e per me è molto importante in quanto mi basta una parola, uno sguardo affettuoso, mi basta leggere nei loro occhi che anche loro sono vicini al mio dolore, per trovare la forza di andare avanti.

Questa eredità, questa ricchezza infinita mi è stata lasciata da mio figlio Nino, nessuno me la potrà togliere, ed è per questo che finchè avrò un filo di vita continuerò a partecipare alle manifestazioni contro la mafia, girerò per tutto il mondo a gridare il mio dolore di madre perché quando mi vedranno tutti dovranno pensare:

“Ecco la mamma dell’agente Agostino. Aspetta ancora che sia fatta giustizia.”             

Quella giustizia che urlo ed imploro e se non arriverà finchè sarò in vita quando morirò i miei figli scriveranno sulla mia tomba: “Qui giace Schiera Augusta madre dell’agente Antonino Agostino. Una donna in attesa di giustizia e verità anche oltre la morte.

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                         

 

 

 

 

 

(Foto 31 Agostino e Augusta e il gruppo)

 

 

 

 

 

 

 

 

COMMENTI DEI RAGAZZI

 

 

<<Quando dici Sicilia dici mafia, questo è quello che pensa la maggior parte delle persone. Io posso dire che non è assolutamente così…perché le persone che ho incontrato durante il mio viaggio mi hanno fatto capire che si penalizza tutta la brava gente dicendo questo. E che la mafia non è solo in Sicilia, ma anche in tutto il desto d' Italia e in tutto il mondo. La mafia è da combattere, se si lotta tutti insieme si può sconfiggere>>.

 

(Valentina Versace)

 

<<questo viaggio della legalità è stato molto importante per me perchè mi ha fatto capire che la Sicilia combatte realmente contro la mafia, fa di tutto per non essere mafiosa. Mi dispiace però che, per colpa di una minoranza ben ristretta, ci debba rimettere un'intera popolazione di gente buona, brava ,onesta e che lavora. Dico queste cose perchè la Sicilia mi è sempre stata molto a cuore viste le mie origini, amo questa terra e spero che un giorno possano sparire mafia, dolore e pregiudizi che segnano questa terra da ormai troppi anni>>.

 

(Federica Palella)

 

<<Questo viaggio d'istruzione a Palermo e dintorni mi è piaciuto tantissimo. E’ stata un'esperienza molto educativa, che mi ha permesso di conoscere una parte dell'Italia, anche se piccola, che prima non avevo mai visto di persona. Ho visto una città artisticamente bellissima come Palermo (anche se un po' trafficata) e paesi limitrofi molto interessanti. Ho così conosciuto una zona in cui perversa ancora la Mafia, ma sopratutto l' ANTIMAFIA, aspetto che alcuni tralasciano.

E’ stato bello e toccante ascoltare testimonianze di vittime di Mafia e visitare zone colpite da quest'ultima. Come detto, é stata una bellissima esperienza che dentro mi ha lasciato tanto. A tal proposito ne approfitto per ringraziare Lei e la profe Brun per avermi dato questa possibilità e per l'impegno che ci avete messo e che tutt'ora ci mettete>>.

 

(Davide Pelizzoni)

 

<<L’esperienza che ho fatto mi è servita a capire molte cose: non bisogna arrendersi mai e, anche se gli ostacoli sono molto pericolosi e difficili, bisogna combattere fino alla fine con la speranza di vincere una volta per tutte questa battaglia. Ringrazio di cuore le persone incontrate, in particolar modo Pino Maniaci che per me da oggi è un grande esempio di coraggio e una fonte nuova di informazione>>.

 

(Libera Gatto)

 

Il viaggio in Sicilia è stata un’esperienza significativa per me come cittadina, come studentessa e come persona. Dovendo scegliere una parola per riassumere quanto dalle testimonianze e dagli incontri  ci è stato regalato direi “insieme”.  Insieme perché dall’unione delle forze di diverse persone  si riesce a superare le paure e il senso di impotenza individuali per far nascere progetti come  “Addio Pizzo”,  come le diverse cooperative che gestiscono i terreni confiscati, e come altre realtà che testimoniano come il cambiamento sia possibile. Insieme perché è  quando si è lasciati soli che la mafia ti schiaccia e ti uccide moralmente e fisicamente.  Insieme abbiamo ascoltato le parole e condiviso le emozioni di racconti di vita, abbiamo visto una realtà che da qui tende a sembrarci solo materia di fiction o di servizi al telegiornale e che invece è fatta di impegno quotidiano e ricordi tutt’altro che sopiti. Insieme cerchiamo e cercheremo di farci testimoni  con chi circonda per condividere, sensibilizzare,  coinvolgere. Insieme è una parola che ha in sé un messaggio di responsabilità morale che ci riguarda  tutti, ciascuno nel proprio piccolo: relegare agli altri l’impegno e lasciare che vadano avanti da soli equivale a fare lo sporco gioco della mafia.      

 

(Mariachiara Morandini)