

Viaggio
della Legalità e Responsabilità
in
collaborazione con Libera Terra Mediterraneo
(SICILIA OCCIDENTALE)
7-11 SETTEMBRE
2009
Diario di bordo
“Viaggiare è camminare verso l’orizzonte,
incontrare l’altro, conoscere,
scoprire e tornare più ricchi di quando si era iniziato”
(L. Sepùlveda)
Insegnanti:
MariaRegina Brun (Istituto Prof. Bonomi-Mazzolari)
Marilena Paolino (Istituto Prof. Bonomi-Mazzolari)
Studenti:
Mariateresa
De Filippo (Istituto Prof. Bonomi-Mazzolari-Mn)
Giulia Frignani (ITAS- Mantegna-Mn)
Libera
Gatto (Istituto d’arte G.Romano-Mn)
Mariachiara
Morandini (Università degli studi di
Pavia, facoltà di Economia Internazionale)
Federica
Palella (Istituto Prof. Bonomi-Mazzolari)
Davide Pelizzoni (Istituto Prof. Bonomi-Mazzolari)
Valentina
Versace (Istituto Prof. Bonomi-Mazzolari)
Valentina
Zuffi (Istituto Prof. Bonomi-Mazzolari)
Premessa
Il nostro
quaderno didattico di cittadinanza attiva nasce dalla rielaborazione del diario
di bordo del viaggio nella Sicilia
Occidentale del 7-11 settembre scorso e dalla sintesi dei contenuti appresi nel
corso del progetto legalità, realizzato nell’a.s. 2008/2009, dall’istituto
Professionale “Bonomi-Mazzolari” in collaborazione con
Le
emozioni vissute in Sicilia ci hanno fatto riflettere sulla possibilità di
condividere con altri la nostra bellissima esperienza. Il testo è rivolto a
tutti i soggetti coinvolti nel processo educativo e formativo di uno studente: docenti,
alunni, famiglie, istituzioni ed enti esterni.
L’obiettivo
del lavoro è quello di consolidare nei nostri studenti la consapevolezza
dell’importanza di essere cittadini attivi e responsabili e lo spirito di
solidarietà nei confronti dei soggetti più deboli, per poi riuscire a costruire insieme una società migliore: più
giusta, solidale e libera dalle mafie, dove ogni cittadino possa veder
riconosciuti i propri diritti fondamentali.
E
realizzare così il sogno della giovane testimone di giustizia Rita Atria, che
così scrisse nel suo tema all’esame di maturità nel giugno del 1992: “…al di fuori c'è un altro mondo fatto di
cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non
perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo
per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci
impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la
faremo.”
Ringraziamo
di cuore tutte le persone che hanno creduto in questo progetto, in particolare
il nostro Dirigente Scolastico Roberto
Scialis, l’Assessore provinciale per le politiche sociali Fausto Banzi, l’Europarlamentare
Rita Borsellino e il Sostituto Procuratore di Palermo Vittorio Teresi; essi
hanno creduto nelle nostre idee e le hanno fatte camminare sulle gambe dei
nostri alunni, cittadini ai quali spetta
ora il compito di continuare nell’impegno per la giustizia e la solidarietà
coinvolgendo in questo nuovo cammino i loro vecchi e nuovi compagni di viaggio..
Un
ringraziamento va anche a tutti gli amici siciliani che ci hanno accompagnati
in questo viaggio: Rita,Gabriele, Laura, Gregorio, Matteo, Marco,
Michela, Letizia, Antonella, Sarina, Vincenzo e Augusta, Pino e la
redazione di Telejato, Salvo, Gianluca e i ragazzi delle cooperative
Liberaterra, i ragazzi di Addiopizzo,
Mario e Giacomo, Stefano,
Danfranco.
<<Un vero viaggio di scoperta non è
cercare nuove terre ma avere nuovi occhi>>


MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA
Istituto Superiore
"Bonomi-Mazzolari"
Istituto Professionale di Stato per Abbigliamento Moda e
Servizi Commerciali Sociali Turistici
Mantova
VIAGGIO DELLA LEGALITA’ E RESPONSABILITA’
7 – 9 settembre 2009
Negli ultimi due anni scolastici,
in alcune classi dell’Istituto Superiore Bonomi-Mazzolari, sono stati attivati
percorsi di educazione alla legalità al fine di promuovere una cultura di
cittadinanza responsabile, di giustizia e di solidarietà non solo attraverso la riscoperta e l’approfondimento dei principi sanciti nella nostra
Costituzione ma, soprattutto, con la testimonianza diretta di tante persone,
uomini e donne, giovani e adulti , con ruoli e competenze diverse che
quotidianamente, “si sporcano le mani” per rendere vivi e concreti i nostri
valori costituzionali.
Questo percorso di educazione
alla cittadinanza responsabile ha coinvolto non solo gli studenti e il
personale dell’Istituto ma anche le Istituzioni esterne come
Ora, con la collaborazione
dell’Assessorato alle Politiche sociali della nostra Provincia si realizzerà,
dal 7 all’11 di settembre prossimo, il c.d.
“VIAGGIO DELLA LEGALITA’ E RESPONSABILITA’
” nella Sicilia occidentale.
Il percorso è destinato ad un
gruppo di studenti ed insegnanti che hanno attivamente contribuito alla
realizzazione del suddetto progetto nel corso degli ultimi due anni scolastici.
L’idea del viaggio è nata dall’invito
che Rita Borsellino, sorella del giudice antimafia Paolo Borsellino, ha rivolto
direttamente agli studenti del Bonomi-Mazzolari invitandoli “a conoscere
direttamente quella parte di Sicilia - la maggioranza dei siciliani - che vuole cambiare davvero; una Sicilia che
chiede di essere partecipe e protagonista nella costruzione del futuro, nella
costruzione di un’altra Storia, per
Il viaggio darà quindi la
possibilità di vivere un’ esperienza
diretta e di conoscenza di un Sud diverso da come spesso ci viene rappresentato
dai mass-media; un territorio che, silenziosamente ma con convinzione e coraggio, vuole poter
dimostrare come la giustizia, il rispetto dei
diritti, la solidarietà e la cooperazioni sono elementi fondanti per lo
sviluppo e la crescita reale di ogni territorio.
L’itinerario, che è stato organizzato con l’associazione
LIBERA, settore Turismo c/o la cooperativa sociale “Placido
Rizzotto-LiberaTerra” (San Giuseppe Jato –
PA),
si ispira ai principi del turismo responsabile e vuole poter essere un
percorso che permetta ai nostri ragazzi
e a noi insegnanti, di conoscere persone
e “storie positive” del territorio, donne
e uomini che ogni giorno dedicano tempo
e risorse per far si che sempre più cittadini possano veder riconosciuti i loro
diritti fondamentali e non debbano essere costretti a chiedere “favori”,
incontrare uomini e donne che ci forniscano occasioni di riflessione su vicende
del passato e del presente e ci stimolino ad interrogarci anche sulle nostre
responsabilità personali e sul
significato e sull’importanza dell'impegno civile.
Così come previsto dai principi
del turismo responsabile il percorso
vuole anche rappresentare una opportunità di crescita del territorio con l’idea
che l’uso sociale dei beni confiscati e assegnati e tutto quello che ruota
intorno ad essi, come ad esempio l’associazionismo antiracket, possono essere
elementi positivi per l’economia sana di quest’isola.
Per questo motivo ci siamo
rivolti, tramite la cooperativa “Placido Rizzotto – Libera Terra” di S.
Giuseppe Jato (PA), per quanto possibile, a fornitori che si ispirano ai
principi del consumo critico,
privilegiando cioè quelle esperienze imprenditoriali che operano nella legalità
e con la convinzione che la mafia si può sconfiggere anche con
piccoli gesti quotidiani.
Con l’augurio che i giovani che
accompagneremo sappiano cogliere i
significati profondi che sono dietro alle singole storie, sappiano pensare e
voler impegnarsi per un futuro diverso, migliore per loro e per la società
nella quale viviamo.

(foto 1. Albero Falcone - Palermo)
1°
giorno: Lunedì 7 Settembre. Arrivo a Palermo alle ore 13.38…
Siamo atterrati all’aeroporto “Falcone-Borsellino”,
lo scenario che abbiamo di fronte a noi è spettacolare: siamo arrivati nella
terra di Sicilia.
Ore 15.30 - Eccoci arrivati a Palermo presso il nostro albergo “casa
Marconi”, un luogo accogliente, dotato dei comfort necessari, molto pulito e
vicino al centro. Incontriamo Gregorio Porcaro, e la nostra paziente guida,
Gabriele.
Il nostro viaggio comincia…
Ci dirigiamo in via d’Amelio, dove Paolo
Borsellino fu ucciso, insieme agli agenti della sua scorta: Agostino Catalano,
Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Il 19 luglio 1992 alle ore 16.55 …una Fiat 126 imbottita con




(foto2: Via d’Amelio subito dopo l’esplosione)
A detta degli agenti di scorta e
dalla stessa sorella del giudice, via Mariano d'Amelio era una strada
pericolosa, tanto che era stato anche chiesto di mettere una zona di rimozione
davanti alla casa: la richiesta però non fu accolta dal Comune di Palermo. L'unico
sopravvissuto è Antonino Vullo, risvegliatosi in ospedale dopo l'esplosione, in
gravi condizioni.
La bomba venne
radiocomandata a distanza ma ancora oggi non si è fatta chiarezza su come venne
organizzata la strage, chi furono i veri mandanti della stessa dato che Paolo
Borsellino non voleva assolutamente che lo Stato accettasse alcun accordo con
la mafia locale e nonostante il giudice sapesse di un carico di esplosivi
arrivato a Palermo appositamente per lui.
Il detonatore che ha provocato l'esplosione
sembra sia stato azionato dal Castello
Utveggio

(foto 3: il castello è posizionato, in
linea d’aria, di fronte all’abitazione della madre del giudice)
Nel
luglio
In
occasione del 17° anniversario della strage, Salvatore Borsellino ha
presenziato a una manifestazione dal titolo "Resistenza. L'agenda rossa
esiste", con riferimento all'agenda che il giudice portava sempre con sè,
dove annotava i dati delle indagini e le persone che incontrava, agenda di cui
si è persa traccia dopo la strage, in quanto è stata sottratta da un agente
delle forze dell’ordine dalla borsa del giudice, borsa che poi è stata
riposizionata sul sedile posteriore dell’auto. Lo stesso Toto Riina, tramite il
suo avvocato, ha fatto sapere di non essere coinvolto nella strage di via
d'Amelio.
Il boss ha dichiarato: « L'hanno ammazzato
loro. Io sono stanco di fare il parafulmine d'Italia ». Con
questa frase, Riina si riferirebbe ai Servizi Segreti dello Stato, a suo dire
veri mandanti dell'omicidio. Salvatore Borsellino ha così commentato queste
dichiarazioni di Toto Riina: << Lancia
messaggi a chi è fuori[...], “presenta le cambiali” intendendo che le parole di Riina siano un
minaccioso avvertimento a quegli apparati dello Stato che avrebbero
commissionato l'assassinio del giudice>>.
Rita Borsellino ci ha raccontato
che oggi via d’Amelio è un luogo di memoria dove si recano tanti giovani.
Nonostante viviamo un momento durissimo in cui viene da chiedersi dove sia
finita la voglia di cambiare del periodo successivo alle stragi del

(foto 4 L’ulivo della memoria- via
D’Amelio 19)

(foto 5
L’ulivo della memoria- via D’Amelio 19)
Quest’anno,
in occasione del 17°anniversario, è comparsa un’agenda rossa ai piedi
dell’albero, ognuno che passa lascia un suo pensiero a testimonianza e sostegno
della memoria di Paolo e dei suoi ragazzi.
( foto 6)

(foto 6. L’agenda
rossa di Borsellino lasciata da un anonimo il 19 luglio 2009)
Chi è per noi Paolo Borsellino?
Paolo
Borsellino e Giovanni Falcone sono il simbolo di tutti quegli uomini delle
Istituzioni che hanno sacrificato la loro vita per combattere contro la
criminalità organizzata spesso collusa con la politica. Durante la loro vita
sono stati spesso ostacolati, denigrati
e alla fine isolati , facilitando così i loro assassini. Dopo la morte
sono stati riabilitati ed ora ogni anno vengono ufficialmente ricordati nel
giorno della loro morte.
Vogliamo
ricordare il giudice Paolo Borsellino riportando questi estratti da noi letti a
scuola:
“…..e sono ottimista perché vedo che verso di
essa (la mafia) i giovani, siciliani e non, hanno oggi attenzione ben diversa
da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando
questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la
mia generazione ne abbiamo mai avuto. L'equivoco su cui spesso si gioca è
questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato
accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la
magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E NO!
questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un
accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono
sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi
consente di dire quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi
tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le
organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o
quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra
politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico
inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati
tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio
non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu
non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché
non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe,
quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non
soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di
tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti,
anche se non costituenti reati.”
(dalla lettera inviata agli studenti dell’Istituto Tecnico Professionale di Bassano
del Grappa 26/01/1989)
E ricordando l’amico Giovanni Falcone:
“…sono morti per tutti
noi… abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente,
continuando la loro opera, facendo il nostro dovere, rispettando le leggi,
anche quelle che ci impongono sacrifici; rifiutando di trarre dal sistema
mafioso i benefici che potremmo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i
posti di lavoro); collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui
crediamo, in cui dobbiamo credere,…….troncando immediatamente ogni legame di
interesse, anche quelli che ci sembrano più innocui, con qualsiasi persona
portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli; accettando in pieno questa
gravosa e bellissima eredità di spirito. Dimostrando a noi stessi e al mondo
che Falcone è vivo”.
Paolo
Borsellino e Giovanni Falcone sono il simbolo di tutti quegli uomini delle
Istituzioni che hanno sacrificato la loro vita per combattere contro la
criminalità organizzata spesso collusa con la politica. Durante la loro vita,
sono stati spesso ostacolati, denigrati
e alla fine isolati , facilitando così la loro eliminazione fisica da
parte della mafia. Dopo la morte sono
stati riabilitati ed ora ogni anno vengono ufficialmente ricordati nel giorno
della loro morte.

(foto 7
- il gruppo, in via M. d’Amelio 19, insieme con Rita Borsellino, sorella del giudice)
VISITA ALL’ALBERO FALCONE
GIOVANNI FALCONE:
E’ il
magistrato che, insieme ad altri colleghi e in modo particolare con la
collaborazione dell’amico e collega Paolo Borsellino e avvalendosi anche delle testimonianze comprovate dei c.d. “pentiti”, è riuscito a scoprire la
vera e potente struttura di Cosa Nostra
e la composizione della Cupola.
Il 23
Maggio 1992, con la strage di Capaci
sull’autostrada Trapani-Palermo, si compie l’atroce vendetta della Mafia; sono
le 17.58 quando Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di
scorta Antonio Montinaro, Rocco di Cillo e Vito Schifani vengono trucidati
dalla detonazione di mille chili di tritolo.
Giovanni
Falcone, Paolo Borsellino e i loro collaboratori avevano compreso l’importanza di non
considerare i crimini di Mafia in modo isolato, ma come facenti parte di un
mosaico più ampio e complesso. La convinzione dell’unicità della Piovra e
dell’endemica penetrazione delle sue radici nel cuore delle “famiglia
palermitana” porta ad un’analisi verticistica delle gerarchie mafiose.
Per
debellare il fenomeno vengono attuati nuovi sistemi: oltre ad una maggiore collaborazione tra i giudici (la
nascita del Pool Antimafia), la ricostruzione degli aspetti patrimoniali e
finanziari di Cosa Nostra e le testimonianze dei collaboratori di giustizia (i
pentiti).
Anche il
giudice Giovanni Falcone vogliamo ricordarlo con alcune sue frasi che ci
auguriamo possano sollecitare tanti altri giovani ad indirizzare le proprie
scelte di vita in nome della giustizia e del rispetto dei diritti di ogni uomo.
“Occorre compiere fino in fondo il proprio
dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché
è in ciò che sta l'essenza della dignità umana. »
“Si
muore perché si è soli o perché si è entrati un gioco troppo grande. Si muore
perché spesso non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di
sostegno. In Sicilia
“Gli uomini passano ma gli ideali restano e
continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”
« Chi tace e chi piega la testa muore ogni
volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola. »
“Certo dovremmo ancora per molto tempo
confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso, per lungo tempo,
non per l’eternità. Perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni
umani ha un principio e una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine»

(foto 8 – L’abitazione di Giovanni
Falcone davanti cui sorge l’ albero, già esistente nel’92, divenuto
successivamente luogo di memoria)

(Foto 9- l’albero
Falcone)
INCONTRO
CON VITTORIO TERESI
VITTORIO TERESI, Sostituto Procuratore di
Palermo che ha scelto di “restare per continuare” il lavoro dei colleghi uccisi
dalla mafia
“Ho conosciuto Paolo Borsellino nel 1980, quando, ho svolto il periodo di tirocinio presso gli
uffici giudiziari di Palermo. Ricordo che erano
già iniziate le prime imponenti indagini in processi di mafia, e proprio
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
erano i titolari dei più importanti processi. Non si era ancora formalmente
costituito il “pool”, ma loro due lavoravano già a stretto contatto, anche
perché le indagini erano particolarmente complesse e necessitavano di un
continuo scambio di idee ed esperienze.
La
principale attività consisteva nel controllo dei passaggi di centinaia di
assegni, che erano stati sequestrati e nelle verifiche presso istituti bancari,
da cui trarre le prove dei contatti e dei rapporti economici tra soggetti
sospettati di fare parte della organizzazione mafiosa.
Grande
era il loro lavoro, se si pensa che all’epoca non esisteva ancora nel nostro
codice il delitto di associazione mafiosa e non c’era traccia di collaboratori
di giustizia che fornissero notizie dall’interno dell’organizzazione….
Giovanni
appariva sempre molto serio e raramente si lasciava andare a battute ed a
momenti di scherzosi rilassamenti, anche se qualche volta usava battutine, banali,
e non sempre percettibili dal suo interlocutore (che quindi ai suoi occhi
faceva la figura dello scemo). Paolo, invece era più gioviale, sempre pronto
alla battuta, anche se a quei tempi io provavo una certa soggezione, dovuta
alla mia giovane età ed alla condizione di “allievo” che doveva seguire grandi
maestri.
Successivamente
sono stato assegnato alla Procura della Repubblica di Termini Imerese come
sostituto rimanendovi sino al mese di aprile del 1987.
Se rileggiamo le cronache di quegli anni, ci rendiamo
conto che si trattò di una stagione tristissima e fitta di avvenimenti gravi
che hanno mutato il corso della storia del nostro paese.
Basta
ricordare il lungo elenco dei c.d. delitti eccellenti, l’uccisione del
Presidente della Regione Mattarella, di Reina, di
Eventi
che ricordo non in ordine di tempo, che hanno segnato per sempre la mia vita di
cittadino e di magistrato.
Nello
stesso arco di tempo vennero approvate, finalmente, le leggi per una efficace
lotta contro la mafia, il pacchetto di norme ideato e proposto dall’Onorevole
Pio
All’interno ed all’esterno del palazzo di
giustizia si respirava un’aria di tensione e paura, certamente la stragrande
maggioranza della gente (di ogni ceto e professione), temeva che venissero
svelati gli inconfessabili rapporti con la mafia, che finalmente potesse essere
messo allo scoperto il sistema mafioso, e non soltanto l’ala militare
dell’organizzazione criminale. Si temeva
che la gente potesse prendere coscienza del fatto che intere fasce sociali,
fino ad allora ritenute “perbene” potessero invece essere pesantemente
coinvolte in un sistema di tolleranza e di condivisione della mentalità e delle
metodologie della mafia.
Per fortuna in quel periodo si segna anche
l’inizio del fenomeno della collaborazione di giustizia dei mafiosi, inizia a parlare Tommaso Buscetta, è il terremoto; sembra
che il mondo criminale, incrostato in secoli di torbidi intrecci e
cointeressenze inconfessabili, possa cadere con un tonfo, da un momento
all’altro.
La
classe politica inizia a vacillare, teme che le pesanti connivenze possano
finalmente venire alla luce.
Inizia il Maxi processo, a fronte di una
società sospettosa e succube inizia ad affacciarsi una società partecipe, che
fa il tifo per i giudici, che denuncia le connivenze, che finalmente prende
coscienza della realtà paludosa della mafia, e spera nel riscatto e nella fine
del giogo.
I numerosi ergastoli irrogati nel dicembre del 1987, con la sentenza di
primo grado del maxi processo, appaiono come il segnale definitivo della svolta, sembra terminato il periodo delle facili assoluzioni per
insufficienza di prove, che negli anni passati avevano sempre rinforzato e
legittimato il potere mafioso.
Io torno a Palermo, quando già negli ultimi
periodi a Termini mi ero imbattuto nella realtà mafiosa, le famiglie di Cosa Nostra della zona di Caccamo, le
pressioni su di me esercitate al fine di “alleggerire” la posizione di alcuni
componenti di quelle cosche.
Anche a
Termini Imerese arrivò il primo “pentito”, e quindi fui in grado di capire, con orrore, la potenza e la diffusione del
fenomeno, che estendeva il proprio controllo criminale ed il proprio dominio
monopolistico, su tutte le attività imprenditoriali della zona. Non ci poteva
essere concorrenza libera nel mercato del lavoro, nessuna impresa poteva
partecipare a gare di appalto con la speranza di riuscire, con le sole proprie
forze, ad affermarsi ed aggiudicarsi un lavoro, per quanto piccolo; Cosa Nostra
controllava tutto, si accaparrava i lavori e li distribuiva alle imprese
“amiche”, agli altri non veniva lasciato nulla.
La
rilettura delle cronache del tempo diranno anche dei momenti politicamente
esaltanti, la stagione della fine dei sindaci collusi, la speranza di un riscatto totale e di una
vittoria definitiva.
La stagione successiva fu la stagione della
delusione, delle speranza perdute e del timore del ritorno al passato. In
appello il maxi processo venne fortemente ridimensionato, quanto meno nella sua principale impostazione logica.
Le
laceranti polemiche della successione a Caponnetto, alla guida dell’Ufficio
Istruzione di Palermo e la designazione del Consigliere Meli, furono un altro
sinistro segnale dell’aria di “normalizzazione” che si respirava.
Le forze predominanti della politica, di gran
parte della società civile, di molti magistrati e di tanti altri, riuscirono a
creare un clima ostile intorno a quei coraggiosi giudici e più in generale
intorno a tutti coloro che avevano sperato in una azione ormai inarrestabile di
riscatto.
Ma fortunatamente la strada era stata ormai
segnata, solo pochi di noi capirono che si poteva ancora lottare, che vi erano ancora spazi di manovra e che non tutto il
lavoro precedente era stato inutile. Un
segnale di grande valore fu quello dell’esito del Maxi processo in Cassazione,
Ma anche per Cosa Nostra, quella sentenza
segnò un punto di non ritorno. Venne inaugurata la stagione delle stragi, il primo segnale fu l’omicidio di Salvo Lima, da sempre il
garante della tolleranza politica verso la mafia ed il punto di snodo tra il
potere criminale in Sicilia e le stanze della politica centrale.
Da questo momento ricordiamo tutti come si
snodarono i successivi eventi, 23 maggio 1992 - 19 luglio 1992.
Giovanni Falcone era andato via da Palermo, il
sistema non gli consentiva più spazi di manovra, la sua breve stagione di Procuratore della Repubblica
Aggiunto a Palermo era stata irta di delusioni ed ostacoli.
Paolo
Borsellino era da poco arrivato a Palermo, anche lui come Procuratore della
Repubblica Aggiunto, e venne relegato ad occuparsi solo della mafia della
provincia di Agrigento; era stata
costituita
Invece le norme vennero applicate in modo
strumentale, per costringere Paolo Borsellino in un angolo angusto, senza
consentirgli una conoscenza diretta ed immediata dei rilevantissimi sviluppi
che in quei mesi le indagini antimafia su Palermo, andavano prendendo.
E’ questo il periodo, breve ma intensissimo,
in cui sono stato più vicino a Paolo Borsellino, la difficile stagione della
Procura opaca, che avrebbe potuto produrre enormi risultati se si fosse avvalsa
appieno della esperienza di Borsellino, ma
che appariva frenata e lacerata, a causa di una dirigenza, che ritardava, frenava, ostacolava Paolo e lo teneva all’oscuro dei
fatti maggiormente significativi, la stessa dirigenza che aveva mortificato la
professionalità di Giovanni Falcone.
Potete dunque immaginare fino a che punto la
sera del 19 luglio
Le vicende successive, dal 1993 al 1999, hanno
segnato un’altra stagione esaltante, siamo riemersi dal fondo del baratro, in
nome dei caduti e grazie all’insostituibile stimolo ed esempio di Gian Carlo
Caselli; ci siamo ricompattati, abbiamo
ricominciato a macinare lavoro, abbiamo ottenuto, in pochi anni, risultati che
non esito a definire straordinari.
Di nuovo la gente ha creduto in noi, ed ha
sperato che finalmente potesse arrivare il riscatto, che si potesse riaffermare
la dignità dell’uomo libero dal sistema criminale. Non sono mancati gli
attacchi ed i detrattori, le accuse più volgari di politicizzazione e di
strumentalizzazione a fini personali dell’attività giudiziaria, siamo riusciti a superare anche questi attacchi…
Le
vicende di questi ultimi periodi, mi colgono spesso in atteggiamenti
preoccupati e rinunciatari, percepisco dentro e fuori di me un senso diffuso di
rassegnazione e stanchezza, che certo non aiuta a proseguire nella strada
tracciata dai nostri maestri.
Per
grandi linee le condizioni generali mi appaiono le seguenti:
Le vicende politiche generali appaiono lontane
anni luce dai tempi di massima tensione verso i problemi del contrasto alla
criminalità organizzata ed ai grandi poteri criminali. Si vuole far apparire come risolti o comunque fortemente
ridimensionati tali poteri, e si tende a
ristabilire una sorta di restaurazione nel segno dell’esasperato garantismo.
Come se l’epoca dei grandi processi e delle stragi sia stata soltanto una
drammatica parentesi di emergenza ormai superata e risolta con l’arresto di
alcuni latitanti storici.
Le riforme legislative, in tema di giustizia e
di contrasto alle mafie, sembrano volte unicamente alla soluzione dei problemi
(spesso presunti) delle garanzie degli imputati e non mostrano analoga
attenzione per i diritti delle vittime, per la sicurezza dei cittadini e per la
soluzione definitiva del vero problema che è quello dei controlli di legalità
in ogni settore della pubblica amministrazione, della giustizia, dell’economia,
della finanza, del lavoro, dei servizi.
Sono stato un ‘ragazzo di Paolo’ solo per poco
tempo, con lui in vita.
Lo sono rimasto per sempre dopo la sua morte.”

(foto 10 Noi e Vittorio Teresi; Piazzale
della memoria- Palazzo di giustizia- Palermo)
2° giorno:
Martedi 8 Settembre
Palermo
“Itinerario arabo-normanno”
Prima colazione in hotel.
Incontro con il presidente delle cooperative Libera Terra, Gianluca Faraone, e
presentazione del programma.
Breve visita al centro storico di
Palermo (Cattedrale, Piazza della Vergogna,Cappella Palatina, Quattro Canti).
Visita alla Bottega dei Saperi e dei Sapori della Legalità di Libera e incontro
con tre “testimoni di giustizia”, Michela Buscemi sorella di 2 giovani vittime
della mafia, Antonella Azoti, figlia di un sindacalista ucciso nel’47 e Letizia
Caliò, amica e compagna di lotta di molti giudici assassinati negli anni ’80
dalla mafia.
PALAZZO DEI NORMANNI
Il palazzo reale dei
normanni sorge nel nucleo più antico della città, nello stesso sito dei primi
insediamenti punici ,le cui tracce sono
ancora oggi visibili nei sotterranei. Il palazzo reale dei normanni è posto nel
luogo più elevato dell'antica città tra le depressioni dei fiumi Kemonia e
Papireto.
È all'epoca araba (IX secolo) che si deve
attribuire l'edificazione del maestoso Qasr,
"Palazzo" o "Castello", da cui ha preso il nome la via del
Cassaro, l'odierno corso Vittorio Emanuele. Tuttavia, furono i Normanni a
trasformare questo luogo in un centro polifunzionale, simbolo del potere della
monarchia. Con gli Svevi di Re Federico II ,che vi risiede solo nell'età
giovanile, il palazzo rimane sede dell'attività amministrativa, della
cancelleria e della scuola poetica siciliana. Il ruolo periferico della città
inizia con gli Angioini e gli Aragonesi che privilegiarono altre sedi. La rinascita
del palazzo si ha con i viceré spagnoli che, nella seconda metà del XVI secolo,
scelsero di risiedervi adeguandolo alle nuove esigenze difensive e di
rappresentanza, ristrutturandolo notevolmente, creando bastioni e modificando
il palazzo. (foto 10)
Durante il regno dei
Borbone furono create le sale di rappresentanza (Sala Rossa, sala Gialla e Sala
Verde) e fu ristrutturate Sala d'Ercole, con gli affreschi raffiguranti le
fatiche dell'eroe mitologico. Dal 1947 il Palazzo dei Normanni è sede
dell'Assemblea Regionale Siciliana . Il Palazzo ospita altresì l'Osservatorio
astronomico di Palermo “Giuseppe S.
Vaiana”.
(Foto 11 Palazzo dei Normanni)
CAPPELLA PALATINA
È un universo profano e gioioso che convive, artisticamente
parlando, con le immagini sacre e dottrinali del grandioso complesso musivo.
(foto 12 Cappella palatina- interno)
CATTEDRALE
(Foto 13 Il fianco destro ed il portale gotico-catalano. A sinistra
si nota parte del prospetto del palazzo dell'arcivescovado)
(Foto 14 Il sarcofago di Federico II nella Cattedrale di Palermo.
Dietro si intravede il sarcofago di Ruggero II)
“NON LASCIARE CHE IL PASSATO TI DICA CHI SEI
MA
LASCIA SEMPRE CHE FACCIA PARTE DI QUELLO
CHE SARAI”
(Ghandi)
INCONTRI
PRESSO
DI
LIBERATERRA

MICHELA
BUSCEMI
L’incontro con Michela Buscemi, una donna straordinaria e
infaticabile, sempre pronta e disponibile a condividere con le giovani
generazioni il suo forte impegno contro
il sistema mafioso che ha condotto in giovane età, e con modalità diverse porta
avanti anche oggi, e che ha profondamente
segnato la sua vita, è avvenuto
di prima mattina in albergo.
Michela ci ha raggiunti in albergo per accompagnarci anche lei a
visitare i luoghi della memoria dell’impegno antimafia di Palermo e provincia
ma purtroppo a causa di un incidente ha dovuto desistere.
Comunque sono bastate poche parole per farci percepire la
grandezza e la semplicità di questa donna siciliana, che a proposito a proposito della sua scelta di testimoniare
al maxi-processo del
ANTONELLA AZOTI (figlia di Nicolò Azoti)
Antonella Azoti, “missionaria laica” che predica la necessità
di fare memoria di coloro che hanno perso la vita per combattere contro la mafia,
figlia del sindacalista Nicolò Azoti, a Baucina (PA), il 21 dicembre 1946.
Antonella
è la testimone non solo della tragica vicenda di una famiglia all’improvviso
privata dell’affetto e del sostegno paterno ma
anche della storia di come si viveva nella Sicilia del dopoguerra,
quando i sindacalisti venivano ammazzati, e di Portella della Ginestra dove il primo maggio del 1947 il popolo
diventò bersaglio.
Nicolò Azoti era segretario della Camera del
lavoro; nella Sicilia del 1946 la lotta dei
contadini era per l’applicazione di leggi nazionali a favore dei contadini e
che i grandi proprietari terrieri
volevano fermare in nome del latifondo. A Baucina Azoti aveva
organizzato i braccianti nullatenenti, aveva fondato una cooperativa. La sua
iniziativa era stata vista come una dichiarazione di guerra, la legge prevedeva
che parte dei terreni incolti o malcoltivati fosse assegnata proprio alle
cooperative. Cercarono di fermarlo. Gli consigliarono di non immischiarsi, “gli
serviva forse qualcosa? Loro erano a disposizione”. Poi lo minacciarono.
Infine
gli spararono alle spalle, rimase in vita ancora due giorni. Ebbe il tempo di
dire quello che sapeva. Racconta Antonella Azoti: “Parlò con mia madre, con la polizia e i
carabinieri. Mia madre andò in caserma, prima che uscisse già si sapeva quello
che aveva detto”.
Il
gabellato denunciato da Azoti non si fece trovare in casa. Tornò dopo una
decina di giorni, il
tempo di
preparare alibi e testimoni. Tutto finì archiviato.
Come
finirono archiviati gli omicidi dei 39
sindacalisti uccisi dal 1946 al ‘48 in Sicilia. Una cadenza di morti.
Il primo maggio1947 l’episodio più drammatico,
la strage di Portella. “C’è stato un piano per tenere il popolo con la schiena
abbassata, non dovevano alzare lo sguardo. Poi, non c’è stata giustizia. Quando
non c’è giustizia, è facile che non ci sia memoria”.
A
Baucina la morte di Nicolò Azoti cadde nel silenzio. C’era la commiserazione,
quella privata, ma
la paura
e il fatalismo portavano a pensare che se non si fosse immischiato sarebbe
rimasto vivo. “In
fondo se
l’era cercata. Chi gliel’aveva fatto fare, di mettersi in mezzo? Mio padre ci
mancava, ma
era
morto e basta. Non ci fu la solidarietà
di nessuno, nemmeno di quelli per cui era morto.
Avevano
paura, la lezione che avevano ricevuto era bastata. Il partito? Ho una lettera
scritta per
incarico
di Li Causi, dice che mio padre sarebbe stato un esempio per le future
generazioni. No, non
ci ha
aiutati nessuno, nemmeno il partito. E la mamma ha cercato di distruggere tutto
quello che
testimoniava
il suo impegno. Pensava che lui era morto per colpa della politica. Mio padre
venne
ridotto
ad una dimensione solo privata. Un’altra uccisione”.
Nella
vita d’ogni giorno Nicolò Azoti era un ebanista che un po’ aveva studiato,
amava la vita e la
musica.
Capace di mettersi all’uscita del paese e cercare un passaggio, su un carretto
o un camion,
per
andare a Palermo e vedere l’Aida al Teatro Massimo. Conosceva le opere a
memoria e suonava
il
bombardino, voluminoso strumento a fiato che adesso fa bella mostra di sé su un
mobile alle
nostre
spalle. Era un siciliano diverso, era ottimista. Di lui s’era innamorata la
figlia di una famiglia
di
commercianti, il loro era stato un matrimonio d’amore ostacolato dalla famiglia
di lei: in
quell’uomo
che suonava nella banda del paese, faceva sport e parlava di politica proprio
non
riuscivano
a vedere niente di buono, anzi non si fidavano affatto e pensavano che fosse un
perdigiorno.
Quando lui morì ammazzato, lasciando lei senza risorse e con due bambini da crescere,
in
qualche modo quella tragedia fu come la dimostrazione che loro avevano avuto
ragione, che di
lui non
c’era da fidarsi.
“Quando
mio padre morì, andammo a vivere in quella che era stata la sua falegnameria.
C’era
un’umidità
incredibile, l’acqua scorreva dai muri. Mia madre aveva un pezzetto di terra,
che faceva
solo
frumento. Ricavò una specie di granaio sulle scale, era un grosso buco. Lì
mettevamo il nostro
grano,
quello che ci dava il contadino che coltivava la terra. Una volta al mese mia
madre prendeva
una
misura di grano e la portava al mulino. C’era tanta umidità che il nostro grano
germogliava, al
mulino
rifiutavano di macinarlo perché s’impastava e intoppava le macchine. Nessuna
pensione per
la
vedova, non c’erano assegni per i figli. Nessun aiuto da parte della famiglia.
Avevamo il grano,
mangiavamo
quello. Pane e pasta con un filo d’olio. Senza il grano, potevamo morire di
fame. C’era
una
povertà che adesso non riusciamo più neanche a pensare e noi eravamo più poveri
di tutti, una
vedova e
due orfani. Quando era festa mia madre ci mandava a raccogliere fichidindia in
campagna.
fichidindia
erano pieni di spine, era un’impresa superiore alle nostre forze…”.
A
Baucina non c’erano le scuole medie, Antonella e il fratello vanno in collegio.
“Siamo entrati in
collegio
come orfani e basta, non come orfani di Nicolò Azoti. A scuola siamo sempre
stati bravi.
Avremmo
fatto di tutto per vedere sorridere la mamma. Lei era severa, orgogliosa, anche
un po’
autoritaria.
Schiacciata dalla responsabilità di educarci da sola. Si è sciolta quando siamo
diventati
grandi”.
Il
dolore più grande di Antonella Azoti è l’essere cresciuta col sospetto che in
qualche modo suo padre fosse stato colpevole: se non altro di imprudenza. Il
silenzio aveva annullato le battaglie del sindacalista, si era creato un vuoto
dove al dolore privato della famiglia corrispondeva la smemoratezza collettiva.
Dice “mio padre era morto e basta. Solo
a 18 anni ho cominciato a
capire di chi ero figlia, quando ho letto il
libro di Michele Pantaleone Mafia e politica. Lì c’è
l’elenco dei sindacalisti uccisi, ho trovato
il nome di mio padre. ‘Ecco chi sono.
Questo è mio
padre’,
mi sono detta. Quella era la prova che
mio padre non era colpevole della sua morte, che aveva avuto degli ideali ed
era morto per difenderli. Per la prima volta entravo in contatto con una storia
alternativa, quella dell’antimafia”.
Antonella
diventa maestra, insegna per 35 anni. La sua storia non la racconta a nessuno.
Non voleva
correre
il rischio che la morte di suo padre venisse liquidata con la battuta: “fatti
di mafia”.
“Questo
mi avrebbe umiliato, sarebbe stato peggio del silenzio. Del resto,
ufficialmente la mafia non esisteva.
Lo
diceva anche
Adesso,
della famiglia di Nicolò Azoti, Antonella è l’unica sopravvissuta. La madre è
morta
nell’89,
il fratello due anni prima. Nel 1986
mila
lire, per iniziativa di Rita Bartoli Costa. Il provvedimento venne pubblicato
sulla Gazzetta
ufficiale,
e sulla stampa.
“Col
giornale in mano, mia madre fece il giro dei vicini di casa. C’era scritto che
mio padre era stato una vittima della mafia e lei diceva: ‘ecco per cosa è
morto mio marito, ecco chi era’. Teneva quel giornale sempre a portata di mano,
pronta a mostrarlo. Prima non si poteva spiegare, nessuno ci avrebbe creduto”.
Nel
1992, quando
Antonella
Azoti si trasforma in orgogliosa memoria rivendicata. Quel giorno c’era la
manifestazione per il trigesimo dell’uccisione di Giovanni Falcone.
Antonella faceva parte della catena
umana che, dal Palazzo di giustizia, attraversava la città sino ad arrivare in
via Notarbartolo dove aveva abitato Falcone, sino a quell’albero ricoperto di
foto, messaggi e fiori diventato un simbolo della voglia di rinascita della
città. Lì, su un palco, “ venivano letti i nomi, si onoravano quelli che erano
stati uccisi ricordando il loro nome, la commozione era enorme. E io dentro di
me dicevo ‘e mio padre chi lo ricorda, chi lo conosce…?’ Non ce l’ho fatta più.
Sono andata alla pedana e ho detto: la mafia non uccide solo adesso. Uccide da
sempre. Ha ucciso Nicolò Azoti, perché aveva lottato per i diritti dei
contadini. Io sono sua figlia”. Era come una liberazione. “Sono stati tutti
affettuosi con me. Non riuscivo a staccarmi da quel luogo, non sapevo andare
via… Ero come svuotata”.
Col
racconto della sua vita Antonella Azoti ha vinto il premio Pieve santo Stefano
dedicato
ai diari e alle memorie. E la sua storia
è diventata un libro “AD ALTA VOCE”. E a proposito del libro ha detto: “I
ragazzi lo potranno leggere. Non sono
una storica, né una scrittrice. Questo è solo il mio contributo per salvare la
memoria della nostra terra.”
TESTIMONIANZA DI LETIZIA
CALIO’
Letizia, donna esemplare e combattiva, dell’associazione Coordinamento Antimafia di
Palermo , ha fatto memoria delle vittime
di mafia degli anni settanta-ottanta. In particolar modo ha illustrato ai
ragazzi le vite di personaggi come:
CESARE TERRANOVA
Cesare Terranova (Palermo, 15 agosto1921– Palermo, 25 settembre 1979) è
stato un magistrato italiano. Magistrato italiano, capo dell'Ufficio Istruzione
del Tribunale di Palermo, era già stato procuratore d'accusa al processo contro
la mafia corleonese tenutosi nel
Fu deputato alla Camera,
nella lista del PCI, come indipendente di sinistra, dal 1976 al 1979, e fu
membro della Commissione parlamentare Antimafia. Dopo l'esperienza
parlamentare, tornò in magistratura per essere nominato capo dell'Ufficio
Istruzione di Palermo.
Il 25 settembre del 1979
verso le ore 8,30 del mattino, una Fiat 131 di scorta arrivò sotto casa del
giudice a Palermo per portarlo a lavoro. Terranova si mise alla guida della
vettura mentre accanto a lui sedeva il maresciallo PS Lenin Mancuso, l'unico
uomo della sua scorta. All'improvviso arrivò un'altra auto e da questa scesero
alcuni killer che aprirono il fuoco con una carabina Winchester e delle pistole
contro la 131. Il maresciallo Mancuso scese dall'auto per cercare di sparare
contro i sicari ma venne colpito dagli spari e morirà poche ore dopo. Terranova
rimarrà ucciso da un pallottola al collo che si andrà a sommare agli altri
colpi ricevuti durante gli spari. L'assassinio fu probabilmente ordinato da
Salvatore Riina il quale era stato messo alle strette dallo stesso giudice
Terranova
(foto 15 il giudice
Terranova)
PIERSANTI MATTARELLA
Piersanti Mattarella (Castellammare del Golfo, 24 maggio 1935 – Palermo, 6
gennaio 1980) è stato un politico italiano, assassinato dalla mafia mentre era
presidente della Regione Siciliana
Figlio di Bernardo Mattarella, uomo
politico della Democrazia Cristiana, e fratello di Sergio Mattarella. Crebbe
con istruzione religiosa, studiando a Roma al San Leone Magno, dei Fratelli
maristi. Dopo l'attività nell'Azione cattolica, si dedicò alla politica nella
Democrazia Cristiana. Fra i suoi ispiratori ci fu Giorgio
Il 6 gennaio 1980, appena entrato in
auto insieme alla moglie e al figlio per andare a messa, un killer si avvicinò
al suo finestrino e lo uccise a colpi di pistola. In quel periodo stava
portando avanti un'opera di modernizzazione dell'amministrazione regionale. Si
presume che ad ordinare la sua uccisione fu Cosa Nostra, a causa del suo
impegno nella ricerca di collusioni tra mafia e politica. Inizialmente
considerato un attentato terroristico, il delitto fu indicato da Tommaso Buscetta
come delitto di mafia Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Marino
Mannoia, Giulio Andreotti era consapevole dell'insofferenza della mafia per la
condotta di Mattarella, ma non avvertì né l'interessato né la magistratura,
pur avendo partecipato ad almeno due incontri con capi mafiosi aventi ad
oggetto proprio la politica di Piersanti Mattarella e, poi, il suo omicidio. Il
fatto viene riportato nella sentenza del giudizio di Appello del lungo processo
allo stesso Giulio Andreotti confermata dalla Cassazione nel 2004La stessa
sentenza afferma che l'allontanamento di Andreotti dal sodalizio mafioso fu
dovuta proprio all'efferato delitto Mattarella.

(foto 16 Piersanti Mattarella)
GAETANO COSTA
(Caltanissetta, 1916 – Palermo, 6
agosto 1980) è stato un magistrato italiano ucciso dalla mafia.
Procuratore Capo di
Palermo all'inizio degli anni ottanta. Fu assassinato dalla mafia la mattina
del 6 agosto 1980, mentre sfogliava dei libri su una bancarella, sita in un
marciapiede di via Cavour a Palermo, a due passi da casa sua, freddato da tre
colpi di pistola sparatigli alle spalle da due killer in moto. Causa di quella
spietata esecuzione, il fatto che egli avesse firmato personalmente dei mandati
di cattura nei confronti del boss Rosario Spatola ed alcuni dei suoi uomini che
altri suoi colleghi si erano rifiutato di firmare. Il delitto venne sicuramente
ordinato dal clan mafioso capeggiato da Salvatore Inzerillo
(foto 17 il giudice Gaetano Costa)
PIO
Pio
“La terra a tutti”
Il
periodo tra il 1945 e il 1950 è caratterizzato dalla lotta per l’effettiva
applicazione dei decreti Gullo, provvedimenti legislativi emanati dall’allora
ministro dell’agricoltura del governo Badoglio che garantivano ai contadini
maggiori diritti e più terre da coltivare. Lo svuotamento delle norme da parte
del successore al ministero, il democristiano Antonio Segni, e l’atteggiamento
dei proprietari terrieri che non riconoscevano la legittimità delle norme,
scatenò, soprattutto nel Meridione, la richiesta di una effettiva riforma
agraria e un’ondata di proteste popolari che ebbero la loro concretizzazione
nelle occupazioni delle terre incolte da parte dei braccianti agricoli
esasperati. Pio
Il 23
ottobre 1949 fu organizzato il I Festival provinciale dell’Unità a Palermo, al
Giardino inglese, per sensibilizzare l’opinione pubblica alla protesta. Il
clima di festa fu però presto interrotto dalle notizie che giunsero pochi
giorni dopo, il 29 ottobre, dalla Calabria, da Melissa per la precisione, dove
le proteste dei contadini erano sfociate in tragedia con l’uccisione da parte
delle forze dell’ordine di tre persone, tra cui un bambino e una donna e il
ferimento di altri quindici, oltre a numerosi arresti. Quella strage convinse i
dirigenti del PCI palermitano ad anticipare la data dell’occupazione delle
terre fissandola al 13 novembre successivo. Proprio il giorno della strage di
Melissa, Pio
Il
progetto prevedeva che i contadini di dodici paesi (Corleone, Campofiorito,
Contessa Entellina, Valledolmo, Castellana Sicula, Polizzi, alcune borgate di
Petralia Soprana e di Petralia Sottana, Alia, S. Giuseppe Iato, S. Cipirello,
Piana degli Albanesi) confluissero a Corleone da dove, la mattina di domenica
13 novembre 1949, sarebbero partiti una serie di cortei che avrebbero occupato
e preso possesso di tutte le terre censite come incolte e mal coltivate.
Partecipano quasi seimila persone che all’alba della domenica partono da
Corleone e si dirigono verso i feudi da occupare, tra questi anche quello in
cui Luciano Liggio era gabellotto, il feudo Strasatto. Dopo la strage di
Melissa la polizia aveva qualche remora ad intervenire duramente, così
l’occupazione continuò per molti giorni, sviluppandosi anche nei comuni fuori
Palermo.
Il
governo, viste le dimensioni che la rivolta aveva assunto, decise allora di
tentare la via della repressione arrestando alcuni dirigenti sindacali e
braccianti agricoli e scatenando scontri, il più grave dei quali, a S.
Cipirello, portò in carcere diciotto persone. L’occupazione comunque ebbe
successo e quasi tremila ettari di terreno vennero coltivati a grano. La “pausa
invernale” dovuta all’attesa dei frutti della semina servì a
La data fissata per la ripresa della lotta è il 6 marzo 1950. L’obiettivo era
quello di far ottenere alle cooperative dei contadini l’assegnazione dei
tremila ettari occupati e non come aveva proposto l’allora prefetto di Palermo,
Angelo Vicari, di affidare ai contadini altri tremila ettari di terreno, scelti
dai proprietari, mentre quelli occupati, compresi il loro raccolto, sarebbero
stati restituiti ai proprietari terrieri.
Il 10
marzo 1950 il movimento dei contadini è a Bisacquino dove si prevedeva di
occupare i quasi duemila ettari di terreno del feudo Santa Maria del Bosco. Pio
Pio
Non
che le condizioni nelle quali si svolgevano i colloqui fossero migliori della
detenzione, i parenti e i detenuti sporgevano la testa da una porta di ferro
con dei buchi, l’una di fronte all’altra e divise da un corridoio nel quale
sostava un agente di custodia. La possibilità di un contatto fisico era dunque
negata a causa del “carattere politico” del reato per cui
Durante
la detenzione gli giunse la notizia della morte della madre, colpita da un
tumore all’utero. Da tempo, dal 1948, aveva ormai lasciato la famiglia, da
quando il padre, preoccupato dalle minacce dei mafiosi, arrivati a minacciarlo
bruciando le porte della stalla, aveva invitato Pio
Uscito
dal carcere trova un Movimento che era riuscito ad ottenere una legge di
riforma agraria con la legge Sila a maggio e la legge regionale siciliana del
dicembre del 1950, ma che complessivamente sentiva di aver fallito la propria
missione, con solo pochi contadini che erano riusciti a raccogliere il grano
seminato. La dura repressione aveva messo a dura prova tanto loro quanto il
partito.
Nel 1952 assume la
carica di dirigente alla Camera confederale del lavoro e fu organizzatore di
una massiccia raccolta di firme per la campagna universale a favore
dell’appello di Stoccolma, lanciato dal movimento internazionale per la pace,
che chiedeva la messa al bando delle armi atomiche.
Nello
stesso anno fu eletto per la prima volta al Consiglio comunale di Palermo dove
resterà fino al
Nel
1972 viene eletto al Parlamento dove resterà per tre legislature, facendo parte
delle Commissioni Bilancio e programmazione Agricoltura e Foreste, della
commissione parlamentare per l'esercizio dei poteri di controllo sulla
programmazione e sull'attuazione degli interventi ordinari e straordinari nel
Mezzogiorno ma soprattutto della commissione Antimafia.
Appena
eletto in parlamento, nel maggio del 1972, entra a far parte della Commissione
parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia. La commissione
era stata istituita nel 1962, durante la prima guerra di mafia e pubblicò il
suo rapporto finale nel 1976.
Una proposta che segna una svolta radicale nella lotta contro la
criminalità mafiosa.
Fino
ad allora infatti il fenomeno mafioso non era riconosciuto come passibile di condanna
penale. La proposta di legge
Pio
Non
ha paura di fare chiaramente i nomi e i cognomi dei conniventi politici, famosi
i suoi giudizi su Vito Ciancimino, assessore ai lavori pubblici del comune di
Palermo dal 1959 al 1964 e poi sindaco del capoluogo siciliano fino al 1975.
Dalla sua analisi del rapporto tra il sistema di potere mafioso e pezzi dello
Stato emerge la sua convinzione che “[la] compenetrazione è avvenuta
storicamente come risultato di un incontro che è stato ricercato e voluto da
tutte e due le parti (mafia e potere politico)…La mafia è quindi un fenomeno di
classi dirigenti”.
Nel
1981 Pio
Immediatamente, al ritorno in Sicilia, intraprende la sua ultima battaglia,
quella contro l’istallazione dei missili nato nella base militare di Comiso.
Il
governo italiano aveva annunciato il 7 agosto del 1981 l’accordo con
I suoi propositi furono bruscamente interrotti una mattina di aprile del 1982.
Il 12
gennaio 2007
Il quadro delle sentenze ha permesso di
individuare nell’impegno antimafia di Pio
Quattro
anni dopo la sua uccisione, nel maggio del 1986, nasce, ad Alcamo, su
iniziativa di Ino Vizzini, deputato regionale, il Centro di studi ed iniziative
culturali “Pio
Dal 2004 il Presidente è Vito Lo Monaco.
(Dalla Relazione alla commissione Antimafia)
( Foto
18 Pio
INCONTRO CON I RAGAZZI DI ADDIO PIZZO
Abbiamo
incontrato Alessandro, uno dei fondatori dell’associazione, presso uno dei locali che fin dall’inizio ha
sostenuto il gruppo. Ci ha raccontato la loro storia…
Addiopizzo
è un movimento aperto, fluido, dinamico, che agisce dal basso
e si fa portavoce di una “rivoluzione culturale” contro la mafia. È formato da
tutte le donne e gli uomini, i ragazzi e le ragazze, i commercianti e i
consumatori che si riconoscono nella frase
"Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza
dignità"
è
anche un'associazione di volontariato espressamente apartitica
e volutamente "monotematica", il cui campo d’azione specifico,
all’interno di un più ampio fronte antimafia, è la lotta al racket delle
estorsioni promossa concretamente con lo strumento del “consumo critico
Addiopizzo”.
Il
mattino del 29 giugno 2004, su centinaia di piccoli adesivi listati a lutto
attaccati dappertutto per le strade del centro, Palermo ha letto per la prima
volta quel messaggio sopraindicato.
Il giorno dopo tutti i telegiornali regionali aprivano con questa notizia, in
Procura i Pm che si occupano delle indagini sul racket si riunivano con i
carabinieri per cercare di capire chi fosse l’autore dell’adesivo, e il
prefetto di Palermo Giosué Marino convocava in prefettura il comitato per
l'ordine e la sicurezza pubblica. L’adesivo non era firmato e tutti pensarono
all’iniziativa di qualche commerciante. Ma si trattava del clamoroso gesto di
sette cittadini poco meno che trentenni.
Noi, gli ideatori dell’iniziativa, spiegammo le nostre
motivazioni con un’intervista al Giornale di Sicilia e con una lettera aperta
alla città, pubblicata integralmente dall’edizione cittadina di
Attaccando dei semplici adesivi speravamo di affermare tra le strade della
città una verità che pensiamo debba essere di dominio pubblico. La nostra
pratica è un piccolo e fragile segno di implicita resistenza.
Si è detto che la mafia, militarmente e non solo, stava per essere sconfitta
dallo Stato. Qualche altra volta ci siamo sentiti dire che con i mafiosi in
qualche maniera ci dobbiamo convivere, che entro certi limiti la malavita
organizzata è una cosa fisiologica. Oggi invece si parla sempre meno di mafia,
usura e racket, termini che rischiano di cadere in disuso. Ma la verità noi
siciliani la sappiamo bene: ogni esercizio commerciale che fa un buon
fatturato, se non è “amico degli amici”, deve pagare il pizzo. Tutti, nessuno
escluso. Poco magari, ma tutti versano denaro “per essere protetti”. Tutto ciò
è saputo da tutti i siciliani. E quotidianamente dimenticato.
I commercianti pagano per non aver
bruciato il locale, o perché soggetti a continui atti di intimidazione. Tutti
gli altri pagano, paghiamo per “aver protetta” l’integrità della nostra
coscienza dalla consapevolezza che siamo schiavi di un sistema capillare di
violenta prevaricazione. Paghiamo per dimenticare che l’insieme di tutti i
passi che percorriamo quotidianamente per fare la spesa definisce le maglie
della rete economica con la quale la mafia si sostenta e ci opprime.
Non si può chiedere a un singolo cittadino, o commerciante, di immolarsi per la
causa. Se tutti noi ci ribellassimo e reagissimo, non ci sarebbe più bisogno di
eroi o martiri. Ricordate dopo le stragi del '92 la frase che divenne, in quel
frangente storico, il simbolo della lotta alla mafia? Diceva le vostre idee
cammineranno sulle nostre gambe. In quei mesi sembrò che qualcosa potesse
cambiare, ma se ci fossimo riusciti veramente non saremmo oggi in questa
situazione di sudditanza al fenomeno mafioso. Un intero popolo che paga il
pizzo è un popolo senza dignità: quando questo principio sarà nella testa e nel
cuore di tutti i siciliani, riscoprendo l’amor proprio, ci saremo liberati del
cancro mafioso.
Questa, almeno, è la nostra convinzione. Siamo uomini e donne abbastanza
normali, cioè ribelli, differenti, scomodi, sognatori.
Il nostro obiettivo è erodere il consenso di cui gode la mafia nell’estesa
“zona grigia” della nostra società.
Per l’esattezza, il nostro obiettivo critico è il beneplacito della popolazione
di cui si avvantaggia il connivente della Cosa nostra degli assassini.
Le nostre azioni vogliono porre un argine al silenzio, sono atti di ribellione
alla sottocultura mafiosa e una forma di dissociazione attiva dall’indegno
quietismo che si è consolidato soprattutto attorno al problema delle estorsioni
mafiose.
Abbiamo quindi scelto l’anniversario del vile assassinio di Libero Grassi,
l’imprenditore che pagò con la vita la sua ribellione al racket, per provare a
lanciare in tutta l’Isola una “guerriglia comunicativa a bassa intensità”
contro il pizzo, una campagna della durata di un anno.
Per sconfiggere la mafia, la lotta al racket ha un ruolo strategico. Attraverso
il pizzo, infatti, la mafia controlla in maniera capillare tutto il territorio.
Ecco alcuni eloquenti dati:
• Per
• Secondo i dati di Confesercenti, in Sicilia le vittime dei ricatti mafiosi
sono circa 50mila (160mila in tutt'Italia).
• L'Eurispes calcola che dal pizzo la mafia guadagni circa 10 miliardi di euro
l’anno (6 dei quali con il racket delle campagne: restituzione di attrezzature
e macchinari rubati nei campi, gestione illegale delle risorse idriche).
Soltanto questi dati dovrebbero fare capire che il pizzo non è solo un problema
degl’esercenti e degli industriali.
Noi parliamo di intero popolo per non colpevolizzare a priori nessuna categoria
e per richiamare l’attenzione sulle responsabilità collettive di tutti quanti. Il pizzo rappresenta solo il 16% dei
guadagni illegali della mafia, ma la gravità del fenomeno va al di là delle
cifre.
Pretendendo il pizzo, la mafia di fatto afferma la sua signoria sul
territorio, è come se chiedesse una tassa, perché ritiene il territorio cosa
sua, si considera padrona di esso e quindi chiede del denaro per “concedere” il
diritto al lavoro.
Il pizzo non è soltanto un danno all’economia
dell’intera regione, è il simbolo della negazione della sovranità del popolo
siciliano.
MONREALE
IL DUOMO
Il Duomo di Monreale,
dedicato a Santa Maria Nuova, è stato costruito nel 1174 per volere di
Guglielmo II d'Altavilla. Sede Arcivescovile è al contempo un monastero di
benedettini provenienti da Cava de' Tirreni(attualmente abbandonato), il Duomo
di Monreale è uno dei monumenti più importanti e ammirati d'Italia. Adagiata
sulle pendici del monte Caputo,domina tutta la conca d'oro.
Il vastissimo interno
basilicale a tre navate,lungo
Le navate sono divise da colonne antiche con pulvino e capitelli anch’essi
antichi con clipei di divinità che sostengono archi a sesto acuto di tipo
arabo.
I soffitti sono a travature scoperte dipinti nelle navate e a stalattiti di
tipo arabo nella crociera, quest’ultimi rifatti nel 1811 dopo un incendio che
aveva distrutto parte del tetto.
Il pavimento, completato nel XVI secolo è musivo, con dischi di porfido e
granito e con fasce marmoree intrecciate a linee spezzate.
Le transenne che recintano anteriormente la crociera sono decorate da mosaici
ottocenteschi. Le pareti delle absidi del santuario
e delle navate sono, superiormente, rivestiti da mosaici a fondo oro, eseguiti
tra il XII e la metà del XIII secolo da maestranze in parte locali e in parte
veneziane, formatesi alla scuola bizantina.
Questi mosaici raffigurano storie cicliche del Vecchio e del Nuovo Testamento;
nel catino absidale mediano è la colossale figura del Cristo Pantocratore
(Onnipotente) (foto 16). Sul fianco
destro è il sarcofago in porfido di Guglielmo I, morto nel 1166, e quello
marmoreo di Guglielmo II il Buono. Sul lato sinistro, dentro tombe
ottocentesche, si trovano le spoglie di Margherita di Navarra e di Sicilia,
moglie di Guglielmo I e dei figli Ruggero ed Eusico.
IL CHIOSTRO
Il Duomo è affiancato
dal chiostro dell’antico convento benedettino, eseguito sul finire del XII
secolo ed esempio stupendo di architettura bizantina. Si tratta di una
costruzione prettamente medievale a pianta quadrata di
I capitelli sono istoriati con scene bibliche.
Nell’angolo meridionale vi è un recinto quadrangolare delimitato da tre arcate
per lato. Al centro è una fontana, la cui acqua scaturisce da una colonna
riccamente intagliata a forma di fusto di palma stilizzato,con figure in
piedi,teste foglie a rilievo. L'acqua fuoriesce in sottili getti da bocche
umane e leonine. Le basi delle colonne del chiostro raffigurano un'ampissima
varietà di motivi: foglie stilizzate, rosette, zampe di leone, teste fiere,
gruppi di uomini e animali, rane e lucertole. La loro esecuzione presenta
grandi differenze con quella dei capitelli, tanto da far supporre che sia stata
affidata ad artigiani subordinati. I capitelli dei gruppi di quattro colonne
d'angolo sono particolarmente curati.

(foto 19 Cristo Pantocratore)

(foto 20 Il chiostro del duomo di Monreale)
ASSOCIAZIONE “IL QUARTIERE”
di Monreale
“quello che tu puoi
fare
è solo una goccia
nell’oceano
ma è ciò che dà
significato
alla tua vita”
Albert Schweitzer
TESTIMONIANZA DI SARINA INGRASSIA
“Il Quartiere”è un’associazione di
volontariato che opera nel territorio di Monreale dal 1975. L’associazione è
nata come risposta alle molteplici richieste che provenivano da situazioni di
emarginazione sociale. La sede, una modesta casa di Via B:Manfredi, è diventata
subito, quasi senza volerlo, punto di riferimento per la gente.
L’opera continuativa di accoglienza e
le molteplici attività che Sarina e le sue collaboratrici svolgono ( sostegno
scolastico, laboratori di ludoteca e di artigianato, attività sportive e
ricreative) sono finalizzate a:
·
Educare alla
socializzazione ed alla partecipazione
·
Eliminare o almeno
ridurre gli scarti sociali e culturali attraverso interventi di gruppo
·
Prevenire forme di
violenza e di aggressività molto frequenti tra i nostri ragazzi.
L’associazione è anche punto di
riferimento per le famiglie che si incontrano periodicamente e, con l’aiuto di
personale qualificato, affrontano i loro problemi che riguardano soprattutto il
modo di rapportarsi con i figli.
“L’amicizia che ci unisce nella nostra
associazione
È la forza
Che ci permette di sognare
E crescere insieme”
Terzo giorno - 9 SETTEMBRE
Partitico e Cinisi
PARTINICO: VISITA ALLA REDAZIONE DI TELEJATO
Telejato è un'emittente televisiva comunitaria fondata nel
1989 da Alberto Lo Iacono e attualmente di proprietà di Pino Maniaci,
con sede a Partinico, nota principalmente per le sue campagne contro Cosa
nostra. Negli anni l'attività dell'emittente si è caratterizzata per la sua
opera di informazione orientata alle notizie relative alla criminalità
organizzata sovente con toni di denuncia in un bacino d'utenza caratterizzato
storicamente dalla forte presenza mafiosa: Alcamo, Partinico, Castellammare del
Golfo, San Giuseppe Jato, Corleone, Cinisi, Montelepre. Altri temi trattati sono quelli relativi alla
gestione amministrativa, questione ambientale, economia, degrado del clima
politico, speculazioni sul territorio. Nel panorama informativo italiano
Telejato è di fatto il punto di riferimento per redazioni e giornalisti
nazionali che ricercano notizie nell'area di operatività dell'emittente
(“Ambiente Italia”, “Le Iene”, “Sciuscià”, giornalisti de “l'Unità”, de “Il
Foglio”, di “Liberazione”, del “Corriere della Sera”, di “
Letizia Maniaci, figlia
di Pino, è stata insignita del premio Maria Grazia Cutuli come giovane
giornalista emergente.
Tra i collaboratori
dell'emittente vi è anche Salvo Vitale, già conduttore con Peppino Impastato di
Radio Aut.
Il direttore di
Telejato, Pino Maniaci, non ha mai richiesto l'iscrizione nell'albo dei
giornalisti. Il 30 marzo 2009 è stato rinviato a giudizio per esercizio abusivo
della professione di giornalista ], nonostante il 10 luglio 2008 fosse già
stato assolto con formula piena in un altro processo per la stessa accusa,
perché il fatto non sussisteva. Negli anni l'emittente e il suo proprietario,
Pino Maniaci, hanno ricevute molteplici minacce e subito diversi attentati
mafiosi, tra i più gravi c'è il "pestaggio" subito da Pino Maniaci
nel gennaio del 2008 ad opera del figlio di un boss mafioso. Il 17 luglio del 2008 viene
incendiata una delle auto dell'emittente parcheggiata sotto la sede della
televisione.
Alcuni mesi fa un
mafioso arrestato sceglie di collaborare con la giustizia e dichiara che era stato preparato un piano per
uccidere Pino e ciò avrebbe dovuto accadere 2 giorni dopo il suo arresto.
Pino Maniaci, direttore
della televisione comunitaria Telejato è sotto tutela da parte dei carabinieri.
Cittadini,
organizzazioni sindacali, organizzazione laiche ed ecclesiali, associazioni (e
tra queste l'associazione Rita Atria) hanno promosso l'iniziativa "Siamo
tutti Pino Maniaci" in solidarietà a Pino Maniaci. Così
si esprime Rita Borsellino a proposito della famiglia Maniaci: “La storia di Telejato è la storia di una
famiglia normale che ha imparato semplicemente a dire NO, IO NON CI STO,
semplicemente perché hanno capito che se anche uno solo comincia ad alzare la
testa, forse anche gli altri avranno il coraggio di farlo, e che hanno un’arma
segreta: i Maniaci sorridono sempre. Ed è per questo che in tanti continueremo
a dire SIAMO TUTTI PINO E LETIZIA MANIACI”.
Da oggi anche un gruppo
di giovani di Mantova ha scelto di stare dalla parte di Pino e della sua
famiglia

(Foto 21 redazione di Telejato- incontro con Pino Maniaci)
CINISI: VISITA A CASA MEMORIA “FELICIA E
PEPPINO IMPASTATO"
Cinisi è una città a circa
RADIO AUT. Radio Aut
(foto 21)
nasce nel 1977 per iniziativa di
un gruppo di giovani che con forza e coraggio decidono di stimolare il
rinnovamento rivoluzionario del paese contro il dominio mafioso e lo
sfruttamento che il potere di Cosa Nostra esercitava in quel territorio. È
all’interno di tale esperienza che si formano la personalità e lo
spessore politico e intellettuale di Peppino Impastato che avvia un percorso
politico e culturale di opposizione alla mafia. “Peppino” venne ucciso da un
sicario del boss Tano Badalamenti con una carica di esplosivo nella notte tra
l’8 e il 9 maggio 1978 dopo essere stato selvaggiamente picchiato. A lui è
dedicato il film “I cento passi” di Marco Tullia Giordana ed è al suo impegno
che si ispira buona parte del movimento antimafia.

(foto 22 Peppino Impastato dinanzi alla sede di RADIOAUT)
Peppino Impastato, nella storia
delle lotte sociali contro la mafia, rappresenta un caso unico. Nato da una
famiglia mafiosa, ha avviato fin da ragazzo un’attività politico-culturale
contro la mafia, rompendo con il padre e con la parentela e ha pagato con la
vita la radicalità del suo impegno.
Luigi Impastato era un mafioso
per nascita, per parentele e affinità; durante il fascismo era stato per due
anni al confino nell’isola di Ustica. Durante e dopo la guerra aveva fatto il
contrabbando di alimentari ma, grazie alle soffiate che venivano dagli stessi
carabinieri- a raccontarlo è la futura moglie Felicia-, era più volte riuscito
a sfuggire all’arresto.
I responsabili dell’omicidio,
camuffato da atto terroristico, furono subito denunciati dal fratello e dalla
madre, dai compagni di militanza e dal Centro siciliano di documentazione, nato
nel 1977 e successivamente intitolato a Impastato. A causa del depistaggio,
operato da rappresentanti delle forze dell’ordine e della magistratura, solo
recentemente i mandanti del delitto sono stati puniti.
Il 5 maggio 2001 Vito Palazzolo è
stato condannato a trent’anni di reclusione e l’11 aprile Gaetano Badalamenti è
stato condannato all’ergastolo. Nel dicembre del 2000
CASA MEMORIA. “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato” è la casa natia
di Peppino,aperta per volontà della madre Felicia a chiunque voglia visitarla.
Posta a pochi passi dal luogo in cui viveva il boss Tano Badalamenti, al centro
di Cinisi, è il luogo della memoria in cui ripercorrere con le testimonianze
del fratello e degli amici la storia di Peppino.(foto 23-24)
(foto 23-24 documenti d’archivio di Casa Memoria)
FELICIA IMPASTATO
Felicia Bartolotta, la madre di
Peppino, non veniva da una famiglia mafiosa, nessuno dei suoi parenti era stato
al confino durante il fascismo; sposa luigi senza capire e sapere molto di
mafia e dintorni e il rapporto è subito burrascoso, perché il marito era ben
dentro il circuito mafioso. Da una coppia così mal assortita, che resiste
perché Felicia è donna della provincia siciliana, ed è stata educata a subire,
anche se morde il freno e di tanto in tanto esplode, nascono tre figli: il
primo, Giuseppe, poi Giovanni, che muore a tre anni, e ultimo e secondo
Giovanni.
Felicia è stata una donna animata da coraggio e
determinazione nel denunciare la mafia del paese, come responsabile
dell’uccisione del figlio, mafia che lei conosceva bene essendone il marito
un’esponente. E’ stata determinata nel vivere lunghi anni di lotte contro
un’evidenza costruita ad arte dal nostro stato, che voleva Peppino vittima del
suo stesso attentato terroristico. Caparbiamente, non ha mai lasciato cadere,
insieme ai compagni di Peppino, la battaglia per ottenere, nel 1984 dal giudice
istruttorio Rocco Chinnici, ucciso anche lui da un’autobomba mafiosa,
l’ordinanza con la quale si riconosceva il delitto mafioso di Giuseppe
Impastato e nel 1988 il processo, nel quale ha presenziato personalmente, che
ha portato nel 2002, alla condanna di Gaetano Badalamenti come mandante dell’
omicidio del figlio.
Ha voluto svelare ogni aspetto
della sua vita privata, fin dentro le sue intime pieghe, consentendo con la sua
testimonianza la realizzazione del film “cento passi”, con il quale il mondo
intero ha conosciuto la storia del giovane Peppino e della sua famiglia.
Felicia Bartolotta
Impastato è stata una donna molto forte e questa sua forza le ha permesso di
stare dalla parte di Peppino, quando si scagliava contro la mafia, e anche di
battersi senza sosta per ottenere giustizia per l’atroce morte del figlio.
Anche se non l’ho conosciuta, penso di sapere tanto di lei e per quanti me ne
hanno parlato è come se l’avessi incontrata anch’io. Essere venuto oggi a
Cinisi mi fa capire che Felicia è ancora qui. Lo capisco da questa casa,
dall’accoglienza che ho trovato, dalla porta sempre aperta. Ho “sentito”una
casa. In questa casa, oltre ad entrare nell’universo di Peppino, si sente la
presenza ancora viva della mamma, e anche se Felicia ha lasciato un vuoto molto
grande che sarà difficile da riempire, noi abbiamo una responsabilità in più e
dobbiamo combattere la mafia anche per lei. Lei è ancora vicino a noi, perché è
lei che vuole che si continuino a unire le forze per lottare contro i soprusi e
le ingiustizie.
(Don Luigi Ciotti)

(foto 25 Felicia Bartolotta Impastato)
“e’andata in paradiso a giocare
Con gli angeli, tornerà presto e
Giocherà a lungo con te”
(da una poesia di Peppino Impastato)
Chi è per noi
Peppino Impastato?
A Casa Memoria abbiamo incontrato
l’amico di Peppino, Salvo Vitale, molto scosso perché
il sindaco di Ponteranica (Bg)
aveva fatto pervenire in quella stessa giornata al fratello di Peppino,
Giovanni Impastato, la delibera con la quale
Salvo Vitale ci ha raccontato di
Peppino con grande nostalgia.
Ritornati a Mantova abbiamo
deciso anche noi, come han fatto anche in altre città e attraverso alcune
trasmissioni televisive, di tenere viva la memoria di Peppino con questa
lettera indirizzata al Direttore della
Gazzetta di Mantova e pubblicata il 30 settembre 2009.
Caro
Direttore,
siamo
due insegnanti e un gruppo di studenti mantovani appena rientrati dal “Viaggio
della legalità e della cittadinanza
responsabile” nella Sicilia Occidentale, promosso dall’Assessorato alle
politiche giovanili della Provincia di Mantova e Le scriviamo questa lettera
per esprimere la nostra delusione e il nostro sdegno per la scelta del Sindaco e della Giunta di
Ponteranica (BG) di cancellare il nome di Peppino Impastato dalla memoria del
suo Comune.
Siamo
alle soglie dell’anniversario dei 150 anni dell’unità nazionale e, mentre si
discute sul ridimensionamento dei festeggiamenti, non ci si accorge che un
sindaco del Nord Italia sta tentando di far tabula rasa nelle nostri menti di un pezzo di storia nazionale.
Vorremmo
ricordare che “fare memoria” non significa solo commemorare ipocritamente la
morte di tutte quelle persone, uomini e donne, giovani e adulti, che hanno dato
la vita per liberare il paese dall’arroganza e dalla violenza delle mafie, ma
significa anche emozionarsi, imparare da loro, prendere il testimone e
continuare a lottare perché, lo ribadiamo, le mafie sono un problema di tutti.
Non
dimentichiamo che la nostra regione,
Ora,
cancellare il nome di Peppino Impastato vuol dire fare un enorme favore alle
mafie, diventare loro complici, uccidere Peppino un’altra volta e con lui una
parte della storia nazionale.
Mentre
le scriviamo ci ritorna in mente il giudizio
su Peppino riportatoci da Salvo
Vitale, mercoledì 9 settembre, durante l’incontro a Cinisi presso Casa Memoria “Peppino e Felicia Impastato:
“ Peppino aveva lucidamente
individuato un percorso di contrasto alla mafia fondato sulla pubblica
denuncia, coraggiosa e originale, di persone e fatti concreti, denuncia calata
nel più generale contesto di un lavoro politico e culturale ricco, approfondito
e impegnato, volto a far nascere e consolidare, soprattutto tra le nuove
generazioni, una coscienza antimafia. Ma
purtroppo era solo.”.
Questo
nostro viaggio in Sicilia ci ha fatto toccare con mano come coloro che hanno
perso la vita nella lotta contro la mafia, siano morti proprio perche LASCIATI
SOLI.. Peppino, insieme a tanti altri giovani coraggiosi del Sud, che hanno
scelto di “lottare per restare e restare per cambiare”, è per noi un modello di società civile,
responsabile e onesta che ogni giorno lotta contro i soprusi, le sopraffazioni,
l’arroganza dei potenti di turno e l’egoismo e l’indifferenza di tanta gente.
La
memoria di Peppino e di tutti coloro che hanno perso la vita per concretizzare
i valori sanciti nella nostra Costituzione
rappresentano una tappa
fondamentale della storia contemporanea e riteniamo che debbano essere
ricordati dalle nostre Istituzioni, oltre che dai libri di storia e dai mass
media.
Auspichiamo
che anche i nostri rappresentanti politici sentano il dovere della memoria e
della gratitudine nei confronti di tutti coloro che hanno speso la loro vita
per costruire una società più giusta, più democratica e più responsabile, al
Nord come al Sud.
Ricordiamoci
che tanta gente è già morta a causa
dell’indifferenza nostra e delle Istituzioni e che solo la memoria del passato
ci può aiutare a costruire un futuro migliore.

(foto 26 Salvo Vitale e i fan
di Radioaut- Casa Memoria-Cinisi)
4° giorno:
Giovedì 10 Settembre.
San
Cipirello/Corleone
La
cooperativa Placido Rizzotto
Nel 2001 un
gruppo di giovani ha fondato
Il 22 novembre 2001 i 15 giovani selezionati, dopo aver
seguito un percorso formativo per 3 mesi (coordinato da Italia Lavoro),
costituiscono
Inizia così per i giovani della Cooperativa il lavoro e la
coltivazione di quei terreni sino a quel momento lasciati in stato di totale
abbandono. Grazie a un contributo di Coopfond (si tratta del fondo per lo
sviluppo e la promozione della cooperazione della Lega delle Cooperative)
vengono rimessi in marcia i trattori confiscati ad alcuni prestanome di Totò
Riina e vengono seminati i primi terreni. L’otto luglio 2001, inizia il
raccolto del grano della speranza: a Corleone, nella Valle del Gorgo del
Drago, teatro delle battaglie del giovane segretario della Camera del Lavoro,
Placido Rizzotto, alla presenza (di alcuni rappresentanti delle istituzioni)
del Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, del Sottosegretario
del Ministero degli Interni, del Prefetto di Palermo e di tutti sindaci del
Consorzio, prende avvio la prima mietitura del grano.
Tuttavia va ricordato un episodio: nel
Una delle criticità più grandi è quella di non poter
accedere al credito a fronte dei cospicui investimenti richiesti sui fondi
confiscati. Infatti, gli istituti di credito chiedono garanzie, che i giovani
disoccupati che hanno costituito la cooperativa non sono in grado di offrire, dato
che i beni confiscati, pur avendo un alto valore economico, costituiscono
patrimonio indisponibile dello Stato.
Da allora, nonostante le non poche difficoltà, i giovani
della Cooperativa continuano a credere ed impegnarsi fortemente nel Progetto
Libera Terra.
Il Progetto Libera Terra, intanto, è divenuto un progetto
pilota a livello europeo: per il numero di soggetti coinvolti, per le
dimensioni economiche, per lo straordinario intervento dello Stato, per la
riproducibilità in altri contesti territoriali. Soprattutto intende dimostrare
che quanto è stato sottratto alla collettività dalle mafie e dal malaffare può
essere restituito e diventare occasione di sviluppo.
Sulle terre confiscate si produce pasta, vino, ceci,
lenticchie. Il metodo scelto è quello della coltivazione biologica e si ispira
alle tradizionali e storiche scelte colturali dell’entroterra palermitano
prevedendo la rotazione quinquennale di grano duro, leguminose da granella
(ceci, lenticchie, cicerchie), grano duro, melone o pomodoro, grano duro (si
tratta delle colture eseguite ogni anno per 5 anni di seguito). Tutte le
colture sono eseguite completamente in asciutto, ovvero senza il ricorso ad
acqua irrigua, grazie alla natura argillosa dei terreni.
La zona in cui opera
Attualmente (dal 2003) la cooperativa Placido Rizzotto è
impegnata nel recupero di

(foto 27. cantina
Cento Passi, costruita su terreni confiscati a Giovanni Brusca e affidati nel
2002 alla cooperativa Placido Rizzotto-LiberaTerra)
Chi
è Placido Rizzotto?

Nato a Corleone, 1948.
Aveva 34 anni. Il sindacalista comunista Placido Rizzotto scompare
misteriosamente nella notte del 10 marzo. Il giovane, da bambino, ha assistito
all'arresto del padre da parte dei carabinieri, ingiustamente accusato di
associazione a delinquere.
Durante la seconda
Guerra Mondiale si trovava con l'esercito nel Nord Italia e dopo l '8 settembre
dei 1943 scelse di unirsi ai partigiani. Testimone impotente di alcuni eccidi,
scampato alla violenza della guerra, torna nella sua terra natale alla fine
della seconda guerra mondiale. L'aver partecipato alla Resistenza aveva
profondamente cambiato Placido Rizzotto che non poteva accettare la realtà
corleonese fatta da pochi padroni terrieri, dai loro servi mafiosi e da
moltissimi contadini in miseria, in una Corleone del dopoguerra ancora
inevitabilmente regolata dall'incontrastabile legge del potere mafioso. Negli
anni della guerra ha maturato una forte coscienza sociale e non può guardare
inerte le ingiustizie che stanno accadendo nella sua comunità né tollerare
l'appropriazione delle terre da parte della mafia e l'assunzione dei lavoratori
per motivi esclusivamente nepotistici. Diviene sindacalista e cerca di
organizzare i lavoratori per spingerli a vincere la paura e a resistere alle
tirannie. Li spinge a occupare le terre e a distribuire a famiglie di contadini
onesti quelle tenute incolte dalla mafia. La mafia non tarda a reagire,
intimidisce i suoi compagni e lo isola in ogni modo. Entra in conflitto anche
con Lia, la ragazza che ama.
Rizzotto non recede di
un passo dai propri principi e dalla propria battaglia preferendo affrontare
con coraggiosa determinazione un tragico destino, continua la sua battaglia,
diventando a fatica Segretario della Camera del Lavoro della città; impegnato a
sostenere i contadini nella lotta per l'occupazione delle terre, organizzava
gli stessi ad occupare le terre dei boss locali, mettendosi a capo del
movimento contadino per l'occupazione delle terre. Era nel mirino di mafia e
padroni:Placido aveva osato sfidare i boss mafiosi locali.
Il giovane da subito si
oppone al sistema malsano di assegnazione dei lavori e delle terre, cercando di
guidare la forza propositiva della gente a combattere la mentalità delle
minacce e del terrore. Si batte per l'applicazione dei "Decreti
Gullo'" che prevedevano l'obbligo di cedere in affitto alle cooperative
contadine le terre incolte o malcoltivate dai proprietari agrari. Ancora una
volta furono organizzati scioperi e rivolte. E ancora una volta ci furono
violenti scontri tra mafiosi e contadini. Uno dei feudi che vengono assegnati
alle cooperative agricole è quello di Strasatto dove comandava un giovane
mafioso che diventerà tristemente famoso: Luciano Liggio. Tra Rizzotto e Liggio
c'era già stato uno scontro che era finito male per il mafioso, il quale, si
era ritrovato appeso all'inferriata della Villa comunale. Ovviamente tra i due
non correva buon sangue.
A questo punto i padroni, i mafiosi e alcuni
"pezzi" dello Stato decidono di farla finita una volta per tutte con
questi "sovversivi". Il primo maggio del 1947 cominciarono a seminare
terrore con la strage di Portella delle Ginestre e negli anni successivi
catturano e uccidono sistematicamente tutti i capi sindacali che osavano mettersi
loro contro. In questo spezzato di vita sociale, accanto a Placido vivono una serie infinita
di piccoli uomini dalle mani sporche di terra e Lia, la giovane donna che si
innamora di lui e che con lui sogna, che per lui subisce uno "zio"
insidioso, che dopo di lui fugge da quella terra che le ha tolto ogni speranza
e ogni coraggio. Nonostante gli avvertimenti della sua famiglia, e le
attenzioni dei suoi fedelissimi collaboratori, Rizzotto non riesce a sottrarsi
a una sorte che sembra quasi scontata.
La sera del 10 maggio del 1948 viene
sequestrato e ucciso Placido Rizzotto, scompare nel nulla e il suo corpo non fu
mai ritrovato. La morte del sindacalista sconvolge tutta l'Italia democratica.
In questa realtà si intrecciano le vite di
tanti personaggi che scriveranno, nel bene e nel male, la storia della seconda
metà del Novecento: il giovane universitario Pio
Francesca, la moglie di
Calogero Cangelosi, nonostante i suoi 94 anni, non ha mai dimenticato quanto
accadde…. non ha dimenticato che tennero
in casa il corpo del marito morto per ben quattro giorni, fino a quando il
magistrato non si decise a recarsi da Trapani a Camporeale il sopralluogo di
rito. E non riesce a dimenticare che il parroco del paese non voleva nemmeno
autorizzare la celebrazione dei funerali in chiesa. «Ma mio marito era
socialista, non era comunista!», dovette dirgli Francesca per convincerlo. Conserva
ancora la sua cravatta piena dei buchi dei proiettili. E non è disposta a
perdonare. «Come si può perdonare… forse il Signore può perdonare», ha detto alla
scrittrice, che ha inserito l’intervista nel volume «Felicia e le sue sorelle» (Ediesse,
Roma, 2005). Ma attingiamo ancora ad altri "fotogrammi" dei ricordi di
Francesca. «Legge non ne hanno fatta. Il processo per mio marito non l’hanno fatto!
Io sono andata al mio paese, dalla legge, e ci ho detto così: "A mio
marito lo hanno ucciso e io voglio giustizia!". Mi rispose il maresciallo:
"Signora, se ne vada a casa, a noi non si comanda! Comanda la mafia! A chi
ha ucciso suo marito gli hanno dato quattro tumuli di frumento».<<
Quattro tumuli di frumento per ammazzare una persona! Allora io, non contenta,
con i miei fratelli…andai ad Alcamo a ripetere la stessa cosa: "Voglio la
legge, che a mio marito l’hanno ucciso!". La stessa cosa che a Camporeale:
"Signora, a noi si comanda. Comandano loro, la mafia! Suo marito l’hanno
ucciso per quattro tumuli di frumento". Come mi dissero al mio paese, mi
dissero ad Alcamo». Non c’era legge e non c’era giustizia, allora, nei paesi
del feudo, dominati dagli agrari e dalla mafia. E nessuno pagò per il delitto
Cangelosi. Né il capomafia di Camporeale, Vanni Sacco, né il grosso proprietario
terriero don Serafino Sciortino, di cui Cangelosi era mezzadro. «Un giorno – ha
raccontato ancora Francesca – lo chiama uno - io ero davanti la porta, seduta
al sole con mio marito - e gli dice: "Calogero, ti vuole parlare don
Serafino, ma non passare nella strada principale, vieni dalla campagna». Ed io ho detto a mio marito: "Ma che cosa
vuole questo?". Io allattavo la bambina piccola, che aveva tre mesi. Mio
marito avvisò tutti i compagni del Partito socialista, della sezione. Mio marito tardava e i compagni stavano in pensiero.
Allora tutti armati di scopette [fucili] andarono in questa casa di campagna a
cercare mio marito e arrivati bussarono: "Noi vogliamo Cangelosi!". E
quelli risposero che Cangelosi non c’era. "Non c’è? Chissà cosa
succederà!?". E mentre i compagni aspettavano, lì, sotto il portone,
dentro le stanze c’erano i mafiosi... "Se tu ti levi dal partito ti
mandiamo in America, l’America Argentina, o se vuoi ti facciamo la cavalla, se
tu abbandoni la politica". Ma mio marito rinunciò a questa offerta… Erano
tutti dentro le stanze, i mafiosi, e chiamarono don Serafino. Mio marito me lo
raccontò dopo. Intanto i compagni della sezione lo aspettavano. "Mandate
Cangelosi, altrimenti succederanno cose brutte stasera!". Il proprietario
di questo appartamento fece uscire la moglie. Chissà che dovevano fare! Ma
quando lui capì, fece chiamare la moglie e fecero andare fuori mio marito, nella
campagna. Ma se non usciva, avevano pronta una macchina per portarlo via come
Rizzotto… Questo è avvenuto quattro giorni prima che l’uccidessero», ricorda
Francesca.
I nomi che qui abbiamo
riportato sono solo alcuni di una lunga serie di sindacalisti, capi contadini e
semplici lavoratori che caddero sotto il
piombo della mafia del feudo, alla vigilia delle elezioni politiche del 18
aprile '48.
1°MAGGIO 1947

1.
Margherita
Clesceri
2.
Giorgio
Cusenza
3.
Giovanni
Megna (18 anni)
4.
Giovanni
Grifò (12 anni)
5.
Vincenza
6.
Giuseppe
Di Maggio (7 anni)
7.
Filippo
Di Salvo
8.
Francesco
Vicari
9.
Castrenze
Intravaia (18 anni)
10.
Serafino
Lascari (15 anni)
11.
Vito
Allotta (19 anni)
Portella della Ginestra è una località in provincia di Palermo, situata nei pressi
della Piana degli Albanesi. È nota per essere stata teatro della strage di
Stato del 1º maggio 1947. Sul luogo della tragedia ora sorge un memoriale,
costituito da numerose iscrizioni incise su pietre di grandi dimensioni, poste
attorno al "sasso di Barbato", che prende il nome da Nicola Barbato,
che fu fra i fondatori dei Fasci siciliani.
Il 1 maggio 1947, nell'immediato dopoguerra,
si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, spostata al 21 aprile durante
il regime fascista. Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli
Albanesi, in prevalenza contadini, si riunirono nella vallata di Portella della
Ginestra, nei pressi di Palermo, per manifestare contro il latifondismo, a
favore dell'occupazione delle terre incolte, e per festeggiare la vittoria del Blocco
del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana, svoltesi
il 20 aprile di quell'anno e nelle quali la coalizione PSI- PCI aveva
conquistato 29 rappresentanti (con il 29% circa dei voti) contro i soli 21
della DC (crollata al 20% circa).
Sulla gente in festa partirono
dalle colline circostanti delle raffiche di mitra che lasciarono sul terreno,
secondo le fonti ufficiali, 11 morti (9 adulti e 2 bambini) e 27 feriti, di cui
alcuni morirono in seguito per le ferite riportate.
Solo quattro mesi dopo si seppe
che a sparare materialmente erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore
Giuliano, colonnello dell'E.V.I.S.. Il rapporto dei carabinieri sulla strage
faceva chiaramente riferimento ad "elementi reazionari in combutta con
i mafiosi locali". Nel 1949 Giuliano scrisse una lettera ai giornali,
in cui affermava lo scopo politico della strage. Questa tesi fu smentita
dall'allora ministro degli Interni Mario Scelba.
Nel 1950, il bandito
Giuliano fu assassinato dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta, il quale morì
avvelenato in carcere quattro anni più tardi, dopo aver affermato di voler
rivelare i nomi dei mandanti della strage. Attualmente vi sono forti dubbi sul
fatto che Pisciotta fosse l'autore dell'omicidio
Sul movente dell'eccidio
furono formulate alcune ipotesi già all'indomani della tragedia. Il 2 maggio
1947 il ministro Scelba intervenne all' Assemblea Costituente, affermando che
dietro all'episodio non vi era alcuna finalità politica o terroristica, ma che
doveva essere considerato un fatto circoscritto, e identificò in Salvatore
Giuliano e nella sua banda gli unici responsabili. Il processo di Viterbo del 1951
(dapprima istituito a Palermo, poi spostato per legittima suspicione) si concluse
con la conferma di questa tesi: con il riconoscimento della colpevolezza di
Salvatore Giuliano (morto il 5 luglio 1950, ufficialmente per mano del capitano
Antonio Perenze) e con la condanna all'ergastolo di Gaspare Pisciotta e di
altri componenti la banda. Pisciotta durante il processo, oltre ad attribuirsi
l'assassinio di Giuliano, lanciò pesanti accuse sui presunti mandanti politici
della strage. « Coloro che ci avevano fatto le promesse si
chiamavano così: il deputato DC Bernardo Mattarella, il principe Alliata,
l'onorevole monarchico Marchesano e anche il signor Scelba… Furono Marchesano,
il principe Alliata, l'onorevole Mattarella a ordinare la strage di Portella…
Dopo le elezioni del 18 aprile 1948, Giuliano mi ha mandato a chiamare e ci
siamo incontrati con Mattarella e Cusumano; l'incontro tra noi e i due mandanti
è avvenuto in contrada Parrini, dove Giuliano ha chiesto che le promesse fatte
prima del 18 aprile fossero mantenute. I due tornarono allora da Roma e ci
hanno fatto sapere che Scelba non era d'accordo con loro, che egli non voleva
avere contatti con i banditi. »
La seconda ipotesi fu
quella sostenuta da Girolamo Li Causi in sede parlamentare, dalle forze di
sinistra e dalla CGIL, secondo la quale il bandito Giuliano era solo l'esecutore
del massacro: i mandanti, gli agrari e i mafiosi, avevano voluto lanciare un
preciso messaggio politico all'indomani della vittoria del Blocco del Popolo
alle elezioni regionali. In seguito ai
riscontri emersi dal processo, diversi parlamentari socialisti e comunisti
denunciarono i rapporti tra esponenti delle istituzioni, mafia e banditi.
Intervenendo alla seduta della Camera dei deputati del 26 ottobre 1951, lo
stesso Li Causi affermava:« Tutti sanno che i miei
colloqui col bandito Giuliano sono stati pubblici e che preferivo parlargli da
Portella della Ginestra nell'anniversario della strage. Nel 1949 dissi al
bandito: "ma lo capisci che Scelba ti farà ammazzare? Perché non ti affidi
alla giustizia, perché continui ad ammazzare i carabinieri che sono figli del
popolo come te?". Risposta autografa di Giuliano, allegata agli atti del
processo di Viterbo: "Lo so che Scelba vuol farmi uccidere perché lo tengo
nell'incubo di fargli gravare grandi responsabilità che possono distruggere la
sua carriera politica e finirne la vita". È Giuliano che parla. Il nome di
Scelba circolava tra i banditi e Pisciotta ha preteso, per l'attestato di
benemerenza, la firma di Scelba; questo nome doveva essere smerciato fra i
banditi, da quegli uomini politici che hanno dato malleverie a Giuliano. C'è
chi ha detto a Giuliano: sta tranquillo perché Scelba è con noi; Tanto è vero
che Luca portava seco Pisciotta a Roma, non a Partinico, e poi magari
ammiccava: hai visto che a Roma sono d'accordo con noi? »
In tempi più prossimi la
tesi delle collusioni ad altissimo livello, fino al capolinea del Quirinale, è
stata assunta e rilanciata da Sandro Provvisionato, in Misteri d'Italia
(Laterza 1994), e da Carlo Ruta, il quale nel prologo de Il binomio Giuliano
Scelba (Rubbettino 1995)scrive: « Sugli scenari che si aprirono
con Portella della Ginestra, alcuni quesiti rimangono aperti ancora oggi: fino
a che punto quegli eventi tragici videro realmente delle correità di Stato? E
quali furono al riguardo le effettive responsabilità, dirette e indirette, di
taluni personaggi chiamati in causa per nome dai banditi e da altri? Fra l'oggi
e quei lontani avvenimenti vige, a ben vedere, un preciso nesso. Nel pianoro di
Portella venne forgiato infatti un peculiare concetto della politica che giunge
in sostanza sino a noi. »
Una tesi
più grave, recente, attribuisce invece la strage ad una coincidenza di
interessi tra i post-fascisti legati alla Xª Flottiglia MAS di Junio Valerio
Borghese, i servizi segreti USA (preoccupati dell'avanzata socialista -
comunista in Italia) ed i latifondisti siciliani Non vi sono tuttavia prove.
« I rapporti desecretati dell’Oss e del Cic (i servizi
segreti statunitensi della Seconda Guerra Mondiale), che provano l’esistenza di
un patto scellerato in Sicilia tra la cosiddetta “banda Giuliano” e le forze
paramilitari del fascismo di Salò (in primis,
(da Edscuola, Dossier a
cura del prof. Giuseppe Casarrubea ).
« Il Giuliano allora si è avvicinato a me chiedendomi dove
fosse mio fratello. Ho risposto che si trovava in paese con un foruncolo. Egli
allora mi ha detto: 'E' venuta la nostra liberazione'. Io ho chiesto: -E qual
è?- Ed egli di rimando mi disse: 'Bisogna fare un'azione contro i comunisti:
bisogna andare a sparare contro di loro, il 1° maggio a Portella della
Ginestra. Io ho risposto dicendo che era un'azione indegna, trattandosi di una
festa popolare alla quale avrebbero preso parte donne e bambini ed aggiunsi:
'Non devi prendertela contro le donne ed i bambini, devi prendertela contro Li
Causi e gli altri >> (Dichiarazione di Gaspare Pisciotta)
Non fu mai possibile
dimostrare la veridicità di questo scenario, tramite testimonianza diretta,
perché Giuliano fu ucciso nel 1950. Il probabile assassino, il suo luogotenente
Gaspare Pisciotta, venne a sua volta ucciso nel 1954, avvelenato in carcere con
della stricnina nel caffè, dopo aver preannunciato rivelazioni sulla strage.
Sosteneva di aver ucciso Giuliano dietro istruzioni del Ministro dell'Interno Mario
Scelba e di aver raggiunto un accordo con il colonnello Ugo Luca, comandante
delle forze anti banditismo in Sicilia, di collaborare, a condizione che non
fosse condannato e che Luca sarebbe intervenuto in suo favore qualora fosse
stato arrestato.
« Il nominato Gaspare Pisciotta di Salvatore e di
Lombardo Rosalia, nato a Montelepre il 5 marzo 1924, si sta attivamente
adoperando - come da formale assicurazione fornitami nel mio ufficio in data 24
giugno c. dal colonnello Luca - per restituire alla zona di Montelepre e comuni
vicini la tranquillità e la concordia, cooperando per il totale ripristino
della legge. »
(stralcio dell'attestato
di benemerenza rilasciato al bandito Gaspare Pisciotta
a firma del ministro Mario
Scelba)

(foto 28 Piana degli Albanesi- Portella
della Ginestra)

“IL
MIO CUORE
DOPO
TANTI ANNI
E’
A PORTELLA
NELLA
PIETRA
NEL
SANGUE
DEI
COMPAGNI AMMAZZATI”
I
SOPRAVVISSUTI DI PORTELLA DELLA GINESTRA
TESTIMONIANZA
DI SCHIRO’ GIACOMO E NICOSIA MARIO
Giacomo, 80 anni,
racconta della prima guerra mondiale quando la fame imperversava nelle loro
case. La gente onesta e povera non aveva cibo mentre quelli vicino alla mafia
non avevano problemi. Alla fine della prima guerra mondiale, il dottor Nicola
Barbato istituì la festa del 1°maggio a
Portella. La festa si celebrò per tre anni e poi scoppiò il fascismo. Giacomo aveva 6 anni, iniziò ad andare a
scuola e contemporaneamente si recava in campagna per lavorare. Nel 1943 la
guerra finì e quelli che ne erano tornati vivevano di stenti, solo i signori
agrari vivevano bene perché vendevano il grano a caro prezzo. La povera gente
per sopravvivere cominciò a contrabbandare il grano , tra questi si distinse un
tale di nome Giuliano che, in poco tempo, divenne bandito e cominciò a fare
razzia e a rubare il grano; uccideva per lo più esponenti delle Istituzioni, da
lui ritenute colpevoli di quanto accadeva.
Il 1°maggio 1947 Giacomo si era recato a
Portella con suo nonno , quando udì gli spari si precipitò verso di lui e cercò
di salvarlo, intimandogli di lasciare cadere la bandiera rossa che sventolava
in aria ma invano, il nonno aveva custodito la sua bandiera di partito sotto il
letto per ben vent’anni e non certo l’avrebbe abbandonata ora. Gli spari
continuavano, erano quelli di una mitragliatrice a tre piedi, si distinguevano
per il loro rumore. <<Non ricordo più nulla di quel momento, solo grida umane
e i nitriti doloranti dei cavalli che, ancora oggi, mi risuonano nella mente>>.
Un consiglio che Giacomo ci ha dato è stato quello di studiare perché la scuola
ti permette di valutare la vita con occhi diversi e non ti rende emarginato dai
potenti, quasi sempre superiori anche per cultura. Si chiede se, ai tempi della
strage, lui avesse posseduto più cultura, come avrebbe reagito?Avrebbe potuto
documentare la sua verità? Oggi ringrazia noi perché siamo andati a cercarlo,
perché ne tramandiamo la memoria.
Mario fa fatica a
ricordare quel giorno, ne soffre ancora ma nonostante ciò ci regala una
riflessione sui diritti sanciti dalla Costituzione che nulla può invidiare alle
lezioni di un cattedratico universitario. Anche Mario, come Giacomo, comincia il suo racconto dal 1918,
anno in cui ci fu l’invasione delle terre incolte da parte dei contadini, anche
lui rivive gli anni della dittatura fascista, i soprusi sociali a cui la povera
gente dovette sottostare, la sofferenza dell’emigrazione. Il suo consiglio è
quello non accettare soldi senza lavoro e di studiare poiché la scuola è una
grande conquista di cui godiamo noi generazioni contemporanee. Mario ci rammenta
che noi siamo debitori alla sua generazione di ben 5 conquiste:
La scuola
Il voto alle donne
L’incontro si conclude
con questa riflessione e con grande emozione da parte di tutti. Siamo in debito
con loro.

(Foto 29 Casa del Popolo- I sopravvissuti di Portella e il gruppo)
Mario e Giacomo ci hanno
chiesto di scrivere una lettera al Presidente della Repubblica e di chiedergli
di venire a Portella per celebrare la morte e la memoria di quanti sono morti nel
1947 , nessuna carica dello Stato lo hai mai fatto. Ancora una volta si è
lasciati soli e si è uccisi due volte. Ci impegniamo ad esaudire il desiderio
di Mario e Giacomo.

Mantova; 21 ottobre 2009
Carissimo Presidente,
siamo un gruppo di studenti
mantovani che desiderano sottoporLe un invito da parte di alcuni
cittadini siciliani a seguito di un’esperienza significativa che abbiamo fatto
alcune settimane fa.
Lo scorso mese di settembre, e precisamente da lunedì
Questa esperienza ha rappresentato la tappa conclusiva del Progetto Legalità, realizzato nell’a.s. 2008/2009,
dall’Istituto Professionale Superiore
“Bonomi-Mazzolari” di Mantova in
collaborazione con l’Amministrazione Provinciale.
Le emozioni vissute in Sicilia ci hanno fatto riflettere sulla
possibilità di condividere con altri la nostra bellissima esperienza e, in
questi giorni, con la collaborazione delle insegnanti che ci hanno accompagnati
e il contributo dell’Amministrazione Provinciale, stiamo ultimando il nostro
“diario di bordo”: si tratta di un breve testo che racconta dettagliatamente le
tappe del viaggio, che fa memoria di alcune persone, che con ruoli e compiti
diversi si sono impegnati per far si che i principi sanciti nella nostra Carta
Costituzionale venissero realizzati all’interno dei loro territori e che per
questo motivo sono stati spesso uccisi. Questo breve testo dà l’opportunità di conoscere tante persone straordinarie,
giovani e meno giovani, che ancora oggi continuano ad impegnarsi in nome della
legalità, della giustizia e della solidarietà, per migliorare la qualità della
vita della Sicilia (i giovani delle cooperative di LiberaTerra, i ragazzi e i commercianti di AddioPizzo, le
associazioni che si occupano del recupero dei bambini che vivono in condizioni
di abbandono, i famigliari di alcune vittime della mafia). Questo diario, ricco
di testimonianze, intendiamo offrirlo a tutti i soggetti coinvolti nel processo
educativo e formativo degli studenti mantovani: docenti, alunni, famiglie,
istituzioni ed enti esterni.
Questo straordinario viaggio in Sicilia ci ha aiutati ad aprire gli
occhi su alcune realtà significative del nostro Paese e a diventare
consapevoli dell’importanza di essere cittadini attivi e responsabili,
di essere sempre più attenti e solidali nei confronti dei soggetti più deboli,
per riuscire a costruire insieme una società migliore: più
giusta, solidale e libera dalle mafie, dove ogni cittadino possa veder
riconosciuti i propri diritti fondamentali.
Cogliamo l’occasione della sua partecipazione all’apertura dei
lavori di “Contromafie” per farle avere, unitamente a questa lettera, la bozza
del nostro “Diario di bordo”.
Il secondo motivo che ci ha spinti a disturbarLa è dovuto al fatto
che ci sentiamo debitori nei confronti di due persone anziane che, nonostante
le loro precarie condizioni di salute,
hanno accettato di incontrarci per portarci la loro testimonianza di
vita. Ci riferiamo all’incontro con Giacomo Schirò e Mario Nicosia, due
sopravvissuti di PORTELLA DELLA GINESTRA.
Dal Diario di Bordo: “Giacomo, 80 anni, racconta della prima guerra
mondiale quando la fame imperversava nelle loro case. La gente onesta e povera
non aveva cibo, mentre quelli che collaboravano con la mafia non avevano
problemi. Alla fine della prima guerra mondiale, il dottor
Nicola Barbato istituì la festa del
1°maggio a Portella. La festa si celebrò per tre anni e poi iniziò il
fascismo. Giacomo aveva 6 anni, iniziò
ad andare a scuola e contemporaneamente si recava in campagna per lavorare. Nel
1943 la guerra finì e quelli che ne erano tornati vivevano di stenti, solo i
signori agrari vivevano bene perché vendevano il grano a caro prezzo. La povera
gente per sopravvivere cominciò a contrabbandare il grano: tra questi si
distinse un tale di nome Giuliano che, in poco tempo, divenne bandito e
cominciò a fare razzia e a rubare il grano; uccideva per lo più esponenti delle
Istituzioni, da lui ritenute colpevoli di quanto accadeva.
Il 1°maggio 1947 Giacomo si
era recato a Portella con suo nonno , quando udì gli spari si precipitò verso
di lui e cercò di salvarlo, intimandogli di lasciare cadere la bandiera rossa
che sventolava in aria ma invano. Il nonno aveva custodito la sua bandiera di
partito sotto il letto per ben vent’anni e di certo non l’avrebbe abbandonata ora. Gli spari
continuavano, erano quelli di una mitragliatrice a tre piedi, si distinguevano
per il loro rumore. Non ricordo più nulla di quel momento, solo grida umane e i
nitriti doloranti dei cavalli che, ancora oggi, mi risuonano nella mente.”
Un consiglio che Giacomo ci ha dato è stato quello di studiare
perché la scuola ti permette di valutare la vita con occhi diversi e non ti
rende emarginato dai potenti, quasi sempre superiori anche per cultura. Giacomo
si chiede se, ai tempi della strage, lui avesse avuto più cultura, come avrebbe
reagito? Avrebbe potuto documentare la sua verità? Oggi ringrazia noi perché
siamo andati a cercarlo, perché ne tramandiamo la memoria.
Mario fa fatica a ricordare quel giorno, ne soffre ancora ma
nonostante ciò ci regala una riflessione sui diritti sanciti dalla Costituzione,
che nulla può invidiare alle lezioni di un cattedratico universitario. Anche
Mario, come Giacomo, comincia il suo
racconto dal 1918, anno in cui ci fu l’invasione delle terre incolte da parte
dei contadini; anche lui rivive gli anni della dittatura fascista, i soprusi sociali
a cui la povera gente dovette sottostare, la sofferenza dell’emigrazione. Il
suo consiglio è quello di non accettare
soldi senza lavoro e di studiare poiché la scuola è una grande conquista di cui
godiamo noi generazioni contemporanee. Mario ci rammenta che noi siamo debitori
alla sua generazione di ben 5 conquiste:
L’incontro si conclude con questa riflessione e con grande emozione
da parte di tutti.
E ora noi siamo in debito con loro:
Mario e Giacomo ci hanno chiesto di scriverLe, a nome loro, una lettera e di chiederLe di andare a Portella per celebrare la morte e la memoria
di quanti sono morti nel 1947. Con amarezza infatti ci hanno informati che mai
nessuna Carica dello Stato lo ha fatto.
E anche questa testimonianza, unitamente alle altre che abbiamo
conosciuto direttamente ci conferma che: “Ancora una volta si è lasciati soli e
si viene così uccisi due volte.”
Siamo certi che Lei farà il possibile per non far sentire più soli
questi testimoni di giustizia e tutti i siciliani onesti.
Con stima e gratitudine, alcuni studenti dell’Istituto
Professionale “Bonomi-
Mazzolari” di Mantova e le insegnanti accompagnatrici
Marilena Paolino e Maria Regina Brun
L’AGRITURISMO
PORTELLA DELLA GINESTRA

L'agriturismo Portella
della Ginestra sorge e pochi chilometri da Palermo, in un'oasi immersa nello
splendido scenario della valle dello Jato; promuove il rispetto della cultura e
del territorio all'insegna del mangiar sano. Tra le mura dell'antica masseria è
possibile assaporare i cibi della tradizione siciliana, i prodotti agroalimentari,
frutto del lavoro sulle terre confiscate alla mafia e non solo. Offrendo ai
suoi ospiti la possibilità di pernottare, l'agriturismo si propone come inedito
punto di riferimento dell'entroterra palermitano. L’ideale per affascinanti
escursioni tra le innumerevoli attrazioni culturali, ambientali e sociali del
territorio. Annesso all'agriturismo è a disposizione degli ospiti il Centro
Ippico "Giuseppe Di Matteo", anch'esso realizzato su terre confiscate
alla mafia.
CORLEONE
Ha origini molto antiche
risalenti alla prima fase del neolitico nel sesto millennio a.c.. Oggi conserva
in parte il suo aspetto medievale, arricchito da uno scenario naturale di
bellezze paesaggistiche incontaminate (bosco della Ficuzza, Gole del Drago, i
faraglioni etc.).
Città natia di molti personaggi
che hanno segnato la storia della mafia e dell’antimafia, è il luogo ideale per
ripercorrere tale storia e per conoscere, grazie alle varie testimonianze, la
vita di Placido Rizzotto, sindacalista e segretario della Camera del Lavoro,
ucciso il 10 Marzo del 1948 perché aveva osato sfidare i boss mafiosi locali.
Presso Corleone è attivo il museo
CIDMA "Centro Internazionale di Documentazione sulle Mafie e del Movimento
Antimafia", una onlus che ha lo scopo di promuovere lo studio del fenomeno
mafioso e dei fenomeni criminali affini, nonché della storia del movimento
antimafia e delle singole personalità che lo hanno contraddistinto.
L’obiettivo è diffondere e
consolidare la conoscenza e di sensibilizzare la società civile in merito
alla necessità di contrastare
tale fenomeno.
VISITA AL CIDMA

Il C.I.D.M.A. viene
inaugurato il 12 dicembre del 2000, alla presenza delle massime autorità dello
Stato, tra cui il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e del
Vice-Segretario Generale delle Nazioni Unite prof. Pino Arlacchi, in
rappresentanza del Segretario Generale Kofi Annan.
Cultura, Progresso e Legalità sono gli
obiettivi che il Centro si propone di perseguire
Il C.I.D.M.A. è a Corleone, centro della Sicilia occidentale da tempo
tristemente associata al fenomeno mafioso.
Noto in tutto il mondo per aver dato i natali ad alcuni tra i più pericolosi
boss di Cosa Nostra, Corleone sta cercando di affrancarsi dalla pesante
‘etichetta’ di “capitale della mafia” in quanto paese ricco di storia, cultura,
tradizioni, risorse naturali ed artistiche.
Il riscatto della cittadina, per quanto difficile, dovrà essere perseguito
puntando sulla cultura della legalità.
COSA PROPONE
v
“Stanza dei faldoni” del MAXI-PROCESSO
v
Sala “Cataldo Naro”
v
“Stanza del dolore”
v
Sala “Carlo Alberto Dalla Chiesa”
Stanza dei faldoni del MAXI-PROCESSO
“La stanza dei faldoni” custodisce i documenti del Maxi – Processo, che ha
segnato una tappa fondamentale nella lotta contro Cosa Nostra.
Donati a Corleone dalla Camera Penale del Tribunale di Palermo per
l’inaugurazione del Centro, sono testimonianza del lavoro di magistrati come
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che hanno pagato con la vita il loro
impegno nella lotta contro la mafia.
Tra i faldoni le dichiarazioni rilasciate dal noto pentito Tommaso Buscetta al
giudice Falcone.

(foto 30 I faldoni del maxiprocesso)
Sala “Cataldo Naro”
E’ possibile osservare delle foto di
Letizia Battaglia, nota fotografa siciliana, che ha avuto il coraggio di andare
sul posto per immortalare tragici omicidi mafiosi: la fotografa è riuscita a
cogliere particolari significativi, che rendono i suoi scatti veri e propri
documenti del modo di agire della mafia negli anni ’70 - ’80.
Le diverse posizioni dei corpi permettono di ricostruire la strategia
comunicativa della mafia.

In ricordo del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di un
pentito di mafia, Santino Di Matteo. Giuseppe venne strangolato da Giovanni
Brusca e poi il suo corpo fu sciolto nell’acido
Sembra un ragazzino Giuseppe Monticciolo, il mafioso che
racconta di essere stato incaricato da Giovanni Brusca di “risolvere il problema
del bambino”
<<Lo chiamavano ‘u canuzzu’, ma non era un
vezzeggiativo. Non era un modo amorevole per indicare un cucciolo. No, il
piccolo Giuseppe Di Matteo aveva fatto la fine che fanno i ‘canuzzi’in
campagna: legati al collare, picchiati e poi ammazzati. Lo abbiamo ucciso, il
piccolo Giuseppe, forse perché era diventato un problema, ancor di più quando
lo avevamo preso e tenuto prigioniero nella speranza di convincere il padre, il
pentito Santino Di Matteo, a ritirare tutte le accuse che aveva rivolto contro
Giovanni Brusca, contro Totò Riina e Leoluca Cagarella. E contro tutta la
mafia. Più di due anni era durata la sua prigionia e per tutto quel tempo il
padre aveva resistito e tenuto duro, continuando a collaborare coi giudici.
Ecco perché Giuseppe alla fine era un problema: perché sulla sua pelle si
giocava l’immagina di Cosa nostra e dei suoi capi. Fu Brusca a ordinare di
“affocarlo” con la corda e poi sciogliere il corpo nell’acido. Era andato fuori
di testa il boss: gelido a tal punto da essere stato prescelto per premere il
pulsante assassino che mise fine alla vita di Giovanni Falcone, della moglie e
della scorta. Non ragionava più. Non c’era verso di fargli capire che
l’uccisione del bambino sarebbe stato un terribile boomerang per tutte le
“famiglie”.Era come accecato. E così pronunciò quell’ordine che, una volta
emesso, nessuno più poteva raddrizzare senza correre il rischio di rimetterci
la pelle. Così, mentre tutti restavamo prigionieri della paura, il piccolo
Giuseppe scivolava verso una fine ingiusta e terribile. Ci credevamo immortali
e potenti, noi uomini corleonesi. Avevamo messo nel conto di poter cambiare in
nostro favore anche le sventure più grandi. E per fermare il pentito Di Matteo
abbiamo scelto il ricatto più ignobile, prendergli il figlio. Così credevamo di
aver risolto il problema ma invece andò a finire che quel bambino morto
ammazzato, un bimbo, sconfisse la mafia. Fu peggio di una sconfitta militare,
perché Cosa nostra perse la faccia e il rispetto della gente>>.
“Stanza del dolore”
La stanza ospita una mostra permanente di
Shobha, figlia di Letizia Battaglia, che ha seguito le orme della madre
mettendo in risalto con i suoi scatti lo sgomento, il sentimento di impotenza,
la disperazione provati da chi ha perso qualcuno a causa della mafia.
Nella sala sono esposte anche fotografie di Letizia Battaglia che documentano
delitti di mafia, colti nella loro drammatica crudezza.
L’accostamento permette di cogliere le relazioni di causa-effetto che
intercorrono tra i delitti e le conseguenze che essi producono nella vita delle
famiglie colpite e dell’intera comunità.

Sala “Carlo Alberto Dalla Chiesa”
Dedicata al Generale Dalla Chiesa, la sala
ospita le foto di alcuni dei principali boss della mafia, cui sono affiancate
quelle di alcuni grandi uomini di giustizia, che hanno combattuto con tenacia
la criminalità organizzata.
Il percorso inizia nella sala di attesa, dove sono esposte alcune foto di
Shobha Battaglia che ritraggono i fasti dell’aristocrazia siciliana, in netto
contrasto con le altre immagini di cui si prenderà visione.

l’arresto di Leoluca Bagarella

l’arresto di Bernardo Provenzano

Vito
Ciancimino al processo
INCONTRO CON AGOSTINO E
AUGUSTA
LETTERA DI UNA MADRE di Augusta Schiera
Agostino
Dedicata a tutte le mamme che soffrono in
silenzio
… Vi
parlerò di una famiglia che non esiste più perché il 5 agosto 1989 qualcuno che
ancora non ha né un volto né un nome ha deciso di uccidere mio figlio Nino,
agente scelto della Polizia di Stato,
sposato da poco con Ida Castelluccio, una bellissima ragazza di appena
19 anni.
Proprio
quel giorno mia nuora aveva saputo di aspettare un bambino… e quel giorno li
hanno uccisi e se ne sono andati….In 3 hanno distrutto la famiglia di mio
figlio. Sono passati diversi anni da allora, durante i quali io ho assistito
impotente alla distruzione della mia famiglia, anche perché l’uccisione di mio
figlio Nino ha provocato la “dissociazione” nell’altro mio figlio maschio,
Salvatore, il quale dopo la morte del fratello si è chiuso in se stesso
rifiutandosi di avere contatti con il resto del mondo, perché ha paura di dover
soffrire ancora; infatti, quando mi vede uscire mi dice: “mamma non uscire,
fuori c’è la mafia, vedi io sono tranquillo nella mia stanza; nessuno può farmi
del male qui”.
Quando
dice questo mi sento morire e penso che prima del 5 agosto 1989 io ero felice
nella mia casa, con mio marito e i miei 4 figli, e adesso non mi è rimasto
quasi più niente. Mi hanno tolto Nino, Ida, il loro bambino e infine mio figlio
Salvatore. Quattro vittime di un sistema corrotto…..
Nella
mia solitudine e nel mio immenso dolore ho trovato la forza di uscire fuori di
casa, partecipare alle manifestazioni contro la mafia, ho conosciuto tante
persone che soffrono quanto me, come ad esempio i famigliari degli agenti di
scorta dei giudici G. Falcone e P. Borsellino. Ho cercato di stare loro
vicini perché so che da soli si rischia
di diventare pazzi…
In
Sicilia molta gente si è ribellata alla mafia. E’ scesa in piazza per dire
basta! Noi non vogliamo più stragi! Tutte queste persone non mi conoscevano, ma
saputa la mia storia mi sono stati vicini e per me è molto importante in quanto
mi basta una parola, uno sguardo affettuoso, mi basta leggere nei loro occhi
che anche loro sono vicini al mio dolore, per trovare la forza di andare
avanti.
Questa
eredità, questa ricchezza infinita mi è stata lasciata da mio figlio Nino,
nessuno me la potrà togliere, ed è per questo che finchè avrò un filo di vita
continuerò a partecipare alle manifestazioni contro la mafia, girerò per tutto
il mondo a gridare il mio dolore di madre perché quando mi vedranno tutti
dovranno pensare:
“Ecco la mamma
dell’agente Agostino. Aspetta ancora che sia
fatta giustizia.”
Quella giustizia che urlo ed imploro e se non
arriverà finchè sarò in vita quando morirò i miei figli scriveranno sulla mia
tomba: “Qui giace Schiera Augusta madre dell’agente Antonino Agostino. Una
donna in attesa di giustizia e verità anche oltre la morte.


(Foto 31 Agostino e Augusta e il gruppo)
COMMENTI DEI RAGAZZI
<<Quando
dici Sicilia dici mafia, questo è quello che pensa la maggior parte delle
persone. Io posso dire che non è assolutamente così…perché le persone che ho
incontrato durante il mio viaggio mi hanno fatto capire che si penalizza tutta
la brava gente dicendo questo. E che la mafia non è solo in Sicilia, ma anche
in tutto il desto d' Italia e in tutto il mondo. La mafia è da combattere, se
si lotta tutti insieme si può sconfiggere>>.
(Valentina
Versace)
<<questo
viaggio della legalità è stato molto importante per me perchè mi ha fatto
capire che
(Federica
Palella)
<<Questo
viaggio d'istruzione a Palermo e dintorni mi è piaciuto tantissimo. E’
stata un'esperienza molto educativa, che mi ha permesso di conoscere una parte
dell'Italia, anche se piccola, che prima non avevo mai visto di persona. Ho
visto una città artisticamente bellissima come Palermo (anche se un po'
trafficata) e paesi limitrofi molto interessanti. Ho così conosciuto una zona
in cui perversa ancora
E’ stato
bello e toccante ascoltare testimonianze di vittime di Mafia e visitare zone
colpite da quest'ultima. Come detto, é stata una bellissima esperienza che
dentro mi ha lasciato tanto. A tal proposito ne approfitto per ringraziare Lei
e la profe Brun per avermi dato questa possibilità e per l'impegno che ci avete
messo e che tutt'ora ci mettete>>.
(Davide
Pelizzoni)
<<L’esperienza
che ho fatto mi è servita a capire molte cose: non bisogna arrendersi mai e,
anche se gli ostacoli sono molto pericolosi e difficili, bisogna combattere
fino alla fine con la speranza di vincere una volta per tutte questa battaglia.
Ringrazio di cuore le persone incontrate, in particolar modo Pino Maniaci che
per me da oggi è un grande esempio di coraggio e una fonte nuova di
informazione>>.
(Libera
Gatto)
Il
viaggio in Sicilia è stata un’esperienza significativa per me come cittadina,
come studentessa e come persona. Dovendo scegliere una parola per riassumere
quanto dalle testimonianze e dagli incontri
ci è stato regalato direi “insieme”. Insieme perché dall’unione delle forze di
diverse persone si riesce a superare le
paure e il senso di impotenza individuali per far nascere progetti come “Addio Pizzo”, come le diverse cooperative che gestiscono i
terreni confiscati, e come altre realtà che testimoniano come il cambiamento
sia possibile. Insieme perché è quando
si è lasciati soli che la mafia ti schiaccia e ti uccide moralmente e
fisicamente. Insieme abbiamo ascoltato
le parole e condiviso le emozioni di racconti di vita, abbiamo visto una realtà
che da qui tende a sembrarci solo materia di fiction o di servizi al
telegiornale e che invece è fatta di impegno quotidiano e ricordi tutt’altro
che sopiti. Insieme cerchiamo e cercheremo di farci testimoni con chi circonda per condividere,
sensibilizzare, coinvolgere. Insieme è
una parola che ha in sé un messaggio di responsabilità morale che ci
riguarda tutti, ciascuno nel proprio
piccolo: relegare agli altri l’impegno e lasciare che vadano avanti da soli equivale
a fare lo sporco gioco della mafia.
(Mariachiara
Morandini)